La Tragedia: Muore immigrata detenuta, Goodale nel mirino

di Francesco Veronesi del November 6, 2017
TORONTO - I numeri sono lì a testimoniarlo: la morte di una immigrata di 50 anni mentre si trovava nel centro detentivo di Milton non è un caso isolato. Tutt’altro. Negli ultimi cinque anni sono stati in tutto dieci gli stranieri che hanno perso la vita mentre si trovavano in una struttura penitenziaria amministrata dalla Canadian Border Services Agency (CBSA), numero che sale a sedici se andiamo indietro fino all’anno 2000. Solamente in Ontario, i decessi dal 2010 sono stati otto. Si tratta di cifre che fanno rabbrividire e che confermano come sia necessaria una svolta da parte del governo federale che fino a questo momento ha fatto davvero poco per risolvere il problema. Detto questo, continua a provocare polemiche senza fine anche il fatto che le informazioni riguardo questo decesso - come già avvenuto in passato - vengono centellinate dalle autorità. Stando al comunicato emesso dalla stessa CBSA, la donna si trovava nel Vanier Centre for Women di Milton, un carcere di massima sicurezza gestito dalla stessa Canadian Border Services Agency. La straniera non si è sentita bene ed è stata trasportata in ospedale, dove tuttavia è morta. Silenzio da parte della CBSA sulle cause del decesso, sull’identità e sulla nazionalità della vittima. E questo - spiega l’agenzia federale - sarebbe per tutelare l’integrità dell’inchiesta attivata per fare luce sulla tragedia. 
Gli agenti del Canadian Border Services Agency hanno tra i loro poteri anche quello di arrestare gli stranieri che entrano nel nostro Paese. La legge, da questo punto di vista, garantisce alla CBSA la massima discrezionalità: le manette possono scattare se uno straniero viene considerato come una potenziale minaccia per il pubblico, o se esiste il sospetto che l’immigrato possa non rispettare l’ordine di deportazione, o se, infine, lo straniero mente sulla propria identità. Il problema è rappresentato dal fatto che alla carcerazione non vi è nessun tipo di vincolo temporale: lo straniero può essere incarcerato per un tempo indefinito. E anche in questo caso sono i numeri a venirci in soccorso per cercare di capire come stanno davvero le cose. 
Ogni giorno in Canada centinaia di persone vengono arrestate attraverso l’applicazione delle misure contenute nell’Immigration and Refugee Protection Act. 
Lo scorso anno la Canadian Border Services Agency ha arrestato  6.251 stranieri. Il 32,6 per cento è stato incarcerato in penitenziari che non rientrano nella giurisdizione della CBSA, come carceri provinciali o federali, senza aver ricevuto alcuna accusa formale. In media la detenzione degli stranieri è durata 19,5 giorni.
A questo punto è scattata la polemica contro il ministro della Pubblica Sicurezza Ralph Goodale. A più riprese gruppi di attivisti e associazioni hanno chiesto un maggiore impegno del governo per risolvere questo problema. 
Il ministro, dal canto suo, nei mesi scorsi aveva annunciato uno stanziamento di 138 milioni di dollari per migliorare la condizione dei penitenziari dove gli stranieri vengono detenuti. Ma sul fronte legislativo il governo e la maggioranza liberale non si sono mossi e non hanno modificato le norme e i regolamenti attivati durante i nove anni del governo conservatore. 
Ora, con l’ultima tragedia che ha alimentato di nuovo il dibattito, le associazioni umanitarie stanno rifacendo sentire la propria voce.

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TORONTO - Il Ministero canadese dell’Immigrazione è un proverbiale campo minato per ogni ministro che accetta il compito di esserne a capo.
Da una parte, la burocrazia nutre il sistema e controlla le procedure secondo la sua visione delle necessità del Canada nel presente e per il futuro. 
Dall’altra, l’Ufficio del Primo Ministro sviluppa il sistema e interviene nel processo di raggiungere i suoi obiettivi politici immediati.
Povero ministro. A volte lui/lei riesce negli intenti, ma ciò richiede un contatto stretto con il Primo Ministro o l’indifferenza di quest’ultimo. Entrambe le circostanze sono rare.
Quando però capitano, gli interessi nazionali del Canada sono spesso evidenti: gli sforzi di Laurier-Sifton nel voler popolare l’Ovest all’inizio del ventesimo secolo e quelli di St. Laurent (e Diefenbaker) insieme a diversi Ministri dell’Immigrazione, subito dopo la Seconda Guerra mondiale, nell’occuparsi delle fabbriche e dei programmi per le infrastrutture nell’ambito delle politiche per l’industrializzazione del Canada.
Ciò che non è né raro e né unico, è la pletora di “programmi pilota” ideati da varie Amministrazioni e Ministri per risolvere le disfunzioni normative e procedurali quando il sistema immigratorio “si intasa”.
Quello di cui hanno bisogno questi “piloti” è la volontà politica (gli “attributi”) per realizzarli,  il coraggio di sceglierne uno, o alcuni e modificare il processo per portarli a termine.

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