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Kawhi come Cesare: veni, vidi, vici e… bye bye

Kawhi come Cesare: veni, vidi, vici e… bye bye

TORONTO – Veni, vidi, vici e va a… (per gentile concessione del Presidente).

Il fenomeno della “palla in buca” (canestro) ha detto ciao ciao alla gente che gli ha dato la chiave, ed il cuore, di Toronto.

Non se n’è andato con la coda tra le gambe, ma con la reputazione di campione ritrovato e un assegno in bianco. Toronto gli aveva oerto questo, quello e Maria Stella.

Sul piatto c’erano 190 milioni di pezze verdi orginali, quelle made in USA.

Lui, il fenomeno che parla poco e sorride meno, ha preferito i 140 e spiccioli dei barbieri (Clippers) residenti nella Città degli Angeli.

Il perchè abbia scelto di mettere nella saccoccia una cinquantina di milioni in meno è stato per perdere a breve termine e per quadagnare a lungo termine.

Sembra che, infatti, alla fine del nuovo contratto, potrà chiedere il sole, la luna e tutte le stelle che stanno in cielo.

Nel frattempo, però, se vuole un caè non potrà gustarlo da Alfred, che a Los Angeles è come Tim Horton a Toronto.

Il boss di Alfred ha infatti, posto un cartello virtuale sulle porte dei suoi caè: Vietato l’ingresso a Kawhi.

La ragione?

Ad Alfredino, o chi per lui, sono girati di brutto gli strangugliones quando mister K ha firmato per i Clippers invece che per i Lakers ai quali lui è affezionato da bambino.

E che gli fa questo divieto?, direte voi. Niente, zero, zip, nada per quanto riguarda lo stomaco o il portamonete.

Quel divieto, però, piccolo ed insignificante che sia, vuol dire che Los Angeles non è la terra promessa. Se discriminano perchè ha firmato per la squadra avversaria, cosa accadrà quando ci saranno i derby?

Il fenomeno K ha lasciato Toronto per dare alla figlioletta la chance di crescere tra la sua gente.

Che significa crescere tra la sua gente?

Una cosa è certa, a Toronto la bimbetta sarebbe stata trattata da regina, accettata e venerata da tutti, bianchi, neri, marroni e gialli.

E lui, Kawhy, avrebbe vissuto sportivamente di rendita anche se avesse cominciato a perdere colpi.

Perchè senza di lui Toronto non varebbe mai vissuto le notti magiche che hanno caratterizzato una impresa straordinaria che ha ricordato Giulio Cesare.

Non saprei se l’uomo che mette la palla in buca ha mai sentito nominare il famosissimo romano, fortunato in tutto finchè non arrivarono le Idi di Marzo.

Kawhi e Giulio Cesare, per strano che possa sembrare, hanno qualcosa in comune: tre verbi.

Veni, vidi, vici.

Venni, vidi, vinsi.

I came; I saw; I conquered.

La famosa frase è del romano che fu console, dittatore, pontefice massimo e anche il più grande genio militare della Città Eterna.

Fu dopo aver fatto pelo e contropelo ai turchi nella battaglia di Zela (2 agosto del 47 Avanti Cristo) che il nostro Giulio mise i tre verbi uno dietro l’altro, consegnando alla storia l’espressione che vuol significare “impresa veloce e decisiva compiuta dopo aver dato appena uno sguardo al terreno di scontro”.

Dopo quel veni, vidi, vici Cesarone tornò a Roma in trionfo, poi lo spedirono anzitempo all’aldilà, ma questo è un’altra storia, vecchia assai della quale alla gente frega poco, o niente.

Per oltre due secoli da quella famosa citazione è restata immobile, tale e quale, senza aggiunte o sottrazioni.

Ora, non più.

Ora c’è l’aggiunta, volendo anche più di una.

Veni, vidi, e bye bye.

Veni, vidi, vici, statevi bene che io me ne torno a casa mia.

Veni, vidi, vinsi, mò vado a far impazzare un’altra citta.

I came, I saw, I conquered, I love you ma not quite, vi voglio bene ma non abbastanza per restare.

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