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Justin Trudeau e mio nonno hanno la marijuana in comune

Justin Trudeau e mio nonno hanno la marijuana in comune

TORONTO – Recentemente ho incontrato, per la prima volta dal vivo, Justin Trudeau e mi sono ricordato tatone, mio nonno paterno dal quale ho ereditato nome e cognome. Perchè?, vi chiederete voi. Semplice. Tutti e due hanno una cosa in comune, la marijuana. Uno l’ha santificata, l’altro la coltivava.

Attenzione, non capite fischi per fiaschi. Il nonno coltivava la canapa – quando nessuno si fumava le foglie – per tirare avanti la sua numerosa famiglia, sei figlie femmine e due maschi.

Anche il nostro fotogenico primo ministro ha “coltivato pro domo sua” – per modo di dire – la marijuana legalizzando uso e consumo in cambio, spera, di voti quando sarà il momento di mettere nero su bianco.

Pensavo a questo mentre il primo ministro si esibiva in una apparizione tipo “toccata e fuga” nella serata in cui sono state consegnate coccole e patacche a nome della organizzazione “Italia nel Mondo”. Nel programma c’era anche “A special tribute” alla memoria di Marchionne. Il primo ministro è arrivato a metà pranzo, ha stretto molte mani, ma nessun selfie, mentre saliva sul palco.

Microfono alla mano, ha ripetuto il solito ritornello di quanto siano buoni, bravi e laboriosi gli italiani del Canada, blah, blah, blah. Il fotogenico Primo Ministro ha quindi ricordato che incontrò Marchionne nella raccolta fondi pro terremotati.

Nel suo discorsetto, tre quarti inglese, un quarto in francese, ma con l’apertura in italiano “Buona sera carissimi amici”, il primo ministro non ha accennato al caso Petawawa (aspettiamo ancora le scuse ufficiali concesse ai giapponesi), nè al fatto che al governo non si vede neanche l’ombra di un ministro di origini italiche Sulla via libera alla marijuana, silenzio assoluto, zero parole.

Poi tutti a guardare lo Special Tribute a Marchionne Che speciale non era proprio. Sia per la povera qualità del video. Sia per il fatto chi parlava incensava più se stesso che non quanto avesse fatto il povero Sergio.

Justin Pierre James Trudeau ha quindi lasciato la compagnia, stringendo alcune mani al volo, sempre senza fermarsi per i selfie. Poi si è tu ato in uno degli otto – ripetiamo otto – SUV neri della sua motorcade (corteo) ufficiale del primo ministro.

Un primo ministro, otto automobili probabilmente blindate. Perchè tante? La motorcade di Toronto ricordava quella dei film americani dove le tante automobili servono a non fare identificare il bersaglio ai possibili attentatori. Questo nei film. Questo nella terra di Trump. Ma qui a Toronto? Contestatori? Boh? Forse la presunta allerta, se c’è stata, è figlia della controversa approvazione della marijuana. O forse no.

In ogni caso mi sono ricordato della buonanima di tatone, che coltivava la pianta che ora si fumano. Solo che allora non si chiamava alla messicana ma all’italiana. E si poteva piantare, raccogliere e commercializzare senza rischiare di finire in gattabuia, o al confine.

Era la canapa, il cui nome latino è cannabis. Prima di essere demonizzata dai cercatori di oblio, la canapa era accettata e benedetta per quello di buono che dava. A cavallo delle due carneficine mondiali la canapa, infatti, serviva a fare lenzuola, tovaglie e tutte le cosucce da mettere nel baule della figlie da maritare. Altri tempi. Erano tempi più innocenti di quelli di oggi, o forse no.

La buonanima di mio nonno, dopo aver raggranellato qualche soldino andando e venendo dal Sud America, aveva comprato alcuni moggi nella terra di lavoro di Caserta, oggi la “terra dei fuochi” appestata dai rifiuti tossici dei camorristi.

Quella zona, chiamata Regi Laghi, perchè ricca di acqua, era adattissima alla coltivazione della canapa che cresceva alta ed abbondante. Una volta tagliata, lo stello della pianta, detto “tiglio” – veniva messo a macerare nei canali. Poi veniva lavorata con metodi artigianali e diventava la “pasta” con la quale si confezionavano soprattutto lenzuola e tovaglie.

Le lenzuola di canapa erano più fresche d’estate, tenevano bene il caldo d’inverno ed erano più resistenti di quelle di lino. La storia della canapa me la raccontava zia Rosina, la sorella di mio padre, che era addetta alla lavorazione della pianta.

“Guagliò – mi diceva – lavorando lavorando mangiavo i semi della pianta. E non ero mai stanca, ero sempre allegra”. Era “high”, era drogata senza saperlo la zia Rosina. Dopo la seconda guerra mondiale con l’arrivo delle stoffe sintetiche, le lenzuola di canapa persero mercato e valore.

Allora il nonno invece della canapa cominciò a coltivare tabacco, ma questa è un’altra storia.

Nella foto, un’immagine degli anni ‘30 quando la canapa era coltivata e raccolta legalmente per fare lenzuola, tovaglie ed altri prodotti

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