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Illustre Babbo Natale, si tolga un vecchio debito

Illustre Babbo Natale, si tolga un vecchio debito

TORONTO – Egregio Babbo Natale, mi azzardo a scriverLe – ed è la prima volta in assoluto – per farLe presente che finalmente è arrivato il momento di sdebitarsi.

Lei mi deve quello che non mi ha mai dato durante gli anni della fanciullezza. Lei, distinto signore con la barba lunga e la panza grande, a casa mia, quando ero piccirillo, non c’è mai venuto perchè non ha avuto gli “strangugliones” per invadere il terreno della sua concorrente italiana, la Befana.

Lei, illustre cocchiere di animaletti con le corna ed il naso rosso, sa benissimo che nel sacco della vecchiaccia con la scopa c’erano quasi esclusivamente cenere, carbone ed al massimo due caramelle, o tre. Giocattoli nisba, niente, manco l’ombra.

Avesse Lei avuto il coraggio di fare invasione di campo e giocare di anticipo, anche io, meschinello, avrei avuto qualche giocattolo di allora: aeroplani di cartapesta, automobili di latta e “strummoli” (trottola di legno con la punta di ferro e una corda per farla girare).

Ecco, distinto elargitore di cose buone e care ai guagliuni (ragazzi), Lei mi deve l’equivalente delle “pazzielle” (napoletano per giocattoli), che non mi ha mai dato. Ammesso che possa, e voglia, sdebitarsi, Le preciso che non desidero diavolerie elettroniche di qualsiasi genere, niente mutande, pedalini e l’ultimo romanzo di Camilleri.

Lei sotto l’albero, nei pacchetti con il mio nome ci deve, dovrebbe, piazzare un regalo, uno solo, virtuale. Virtuale nel senso di “grazia ricevuta”, tipo quelle che la Madonna di Montevergine o San Padre Pio fanno tutto l’anno.

No, non Le chiedo i numeri giusti di una sempre maledettamente sfuggente lotteria, ma se me li comunica non li butto via.

No, non Le chiedo di trasferire lo scudetto da una bestia (zebra) all’altra (ciuccio), ma se dovesse succedere accenderei un cero, o due, a San Gennaro.

No, non Le chiedo di portare regali supplementari ai figli dei miei figli, perchè i loro genitori hanno la manica larga e, a mio parere, sono a corto del senso della misura. No, non Le chiedo di abbassarmi colesterolo, zucchero, pressione e compagnia bella, perchè questi regali me li devo fare io personalmente di persona, riducendo abbuffate, “drincate”, ma con pedalate robuste sul tappeto che rotola e rotola stando sempre fermo, senza mai arrivare da nessuna parte.

Comunque, veniamo al dunque: a Lei chiedo semplicemente un nottata sana di sonno. Sei ore o sette filate ad occhi chiusi.

Se, malauguratamente, non fosse in grado di interrompere, o ridurre, il numero dei viaggi notturni nel bagno, almeno mi faccia addormentare subito dopo il bisogno. Ora come ora, mi giro e mi “arravoglio” nel lenzuolo, e resto con gli occhi chiusi e la testa aperta. Ho provato a contare le pecore: una, due, tre, quattro, ciao cara, ma niente sonno.

Rivedere nella testa il film dei rigori mondiali contro i franciosi fa sempre piacere: Pirlo uno, Materazzi dos, De Rossi tria, Del Piero quattro, poi il chiodo finale di Grosso nel “tauto” (bara) dei franciosi: ma manco questo aiuta a spegnere la luce accesa nella capoccia.

Senza successo anche le passeggiate virtuali nei boschi maestosi, silenziosi e pieni di funghi. Hai voglia di canticchiare come faceva il compianto, grande, Mario Murolo: I’ mme vurría addurmí… I’ mme vurría addurmí… Io canto, ma o suonno non arriva, o meglio, arriva giusto nu zichillo (un pochettino) prima dell’ennesimo viaggio vai, scarica e torna.

Esimio, eccellente, grandissimo compare Nick, togliti quel vecchio debito. Spegni la luce e fammi addurmì, per qualche ora filata. Per il sonno eterno c’è tempo, spero.

*PS – Eccellente Babbo con la barba, se hai tempo porta, please, un cagnolino al nipotino del nostro Onorevole editore.

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