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I caso UWC È ora di risolvere il problema dei clandestini

I caso UWC È ora di risolvere il problema dei clandestini

TORONTO – Lodevole la partecipazione alla conferenza stampa dell’Undocumented Workers’ Council (UWC).
Sei gruppi etnici diversi – alcuni di loro con più di un esponente– rappresentanti vari media come stampa, radio e tv, si sono radunati presso Bento’s Auto Service su Dundas Street, per ascoltare i quattro relatori nella presentazione della questione sul caso dei “permessi di soggiorno scaduti” o inteso anche come “lavoratori senza documento”.
L’UWC, con a capo Manuel Alexandre e Joe Pimentel e sostenuti da Bento Sao Jose e da Tony Letra, insieme ad un gruppo di individui di pensieri affini, per tutti i partiti politici, ha lavorato su questa pratica per tre anni e mezzo, con due diverse legislature.
Secondo un portavoce del dipartimento delle Risorse Umane, che si è espresso in forma anonima, i  Dipartimenti dell’Immigrazone e prima ancora quello per le Risorse Umane, hanno creato, nel corso degli anni, un disastro nel mercato del lavoro, che ha portato in superficie l’evidenza di mano d’opera e potere economico alimentato da circa un milione di lavoratori “irregolari”. 
Cos’ha ora condotto all’urgenza di questa conferenza stampa?
Ironicamente, uno dei motivi un’insignificante – all'apparenza –  riflessione del primo Ministro Justin Trudeau, durante una riunione in municipio, che ha paragonato il trasferimento in Canada di un combattente dell’ISIS, “Jihadi Jack”, al processo di integrazione di greci, italiani e portoghesi.
È stata la proverbiale “goccia” (che ha fatto traboccare il vaso). Questa gente sopracitata ha avuto la sola colpa di voler lavorare per costruire il nostro paese. 
I loro amici e parenti sono stati svantaggiati dal sistema canadese dell’Immigrazione. 
Jihadi Jack rappresenta il rifiutare i “valori canadesi” e l’abbracciare una cultura bellicosa ed ostile, il quale scopo è l’eliminazione di tutto ciò che abbiamo a cuore.
Una seconda ragione è l’urgenza scaturita da l’apparente respingimento di un Progetto Pilota per la “regolarizzazione” che l’attuale Ministro dell’Immigrazione in carica, Ahmed Hussen, e il suo gruppo di governo avevano caldeggiato o attivamente promosso.
I suoi funzionari stanno ora allontanando quelle persone che hanno partecipato al programma.
Contattati dal Corriere, diversi uffici dei parlamentari che hanno fatto o fanno ancora parte del “gruppo di studio” del caucus – che si presumeva fosse il promotore del Progetto Pilota – hanno negato l’esistenza di tale programma.
Le deportazioni andranno avanti senza l'intervento loro o del Ministro. 
Il membro del governo federale a capo del Ministero rischia di perdere il sostegno a livello provinciale, visto che colleghi come il deputato Christina Martins ha pubblicamente criticato la sua intransigenza e chiede un atto di clemenza per i lavoratori privi di documenti. 
Hussen e la sua compagine di governo sembrano invece preferire un’azione alla Donald Trump: rimandarli in dietro.
Eppure, la conferenza stampa era stata indetta per presentare delle soluzioni piuttosto che delle critiche. Gli interventi hanno evidenziato che il Canada si era già trovato su questa strada in tempi non lontani. 
Negli anni ‘70, i datori di lavoro potevano sponsorizzare potenziali operai dichiarando “l’intenzione di assumerli”. 
Nel 1982, le Chiese e altri gruppi comunitari vennero utilizzati per accogliere e integrare rifugiati polacchi. Nel 1989 si trovò una soluzione anche per regolarizzare gli operai edili portoghesi. 
Nel 2005, fu firmato un accordo con i sindacati e le associazioni dei lavoratori per avviare una procedura verso la residenza permanente per quegli operai ben salariati, con permessi di soggiorno scaduti, in modo da risultare pienamente in regola. 
Alexandre, Sao Jose, Letra, Pimentel e l’UWC porteranno direttamente la questione all’attenzione del ministro, con una pubblica protesta davanti al suo ufficio, domani alle 2:00 pomeridiane, sperando di convincerlo che la volontà politica può risolvere ogni problema.
“Com’è possibile che a Brampton non è necessario parlare inglese per guidare un taxi, ma un carpentiere deve dimostrare una conoscenza dell’inglese al quinto livello, per piantare un chiodo su un’asse di legno?” si chiede Manuel Alexandre.
 
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