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Gli italiani in massa respingono la riforma

Gli italiani in massa respingono la riforma

TORONTO – Poteva essere il giorno del trionfo di Matteo Renzi, si è tramutata in una clamorosa batosta che ha messo in soffitta la riforma costituzionale. Il referendum del 4 dicembre è stato bocciato dagli elettori italiani, che hanno partecipato con una larghissima affluenza: i dati definitivi presentati ieri dal ministero degli Interni quantificano il No nel 59,11 per cento (19.419.528 voti) contro il 40,89 per cento raccolto dal Sì (13.432.187). L’affluenza alla fine ha raggiunto quota 65,47 per cento: nel territorio italiano questo dato è leggermente maggiore (68,48 per cento), mentre la minore partecipazione degli italiani residenti all’estero (in tutto il 30,74 per cento degli aventi diritto) ha abbassato il valore complessivo.

Per quanto riguarda la distribuzione dei consensi nel territorio italiano, il fronte del Sì è riuscito ad avere la meglio solamente in tre regioni: in Toscana e in Emilia Romagna – dove la macchina organizzativa del Partito democratico estremamente radicata nel territorio è riuscita a dare i suoi frutti – e in Trentino Alto Adige, dove però la grande maggioranza dei Sì è arrivata dalla provincia di Bolzano.

Per il resto, il fronte del No ha fatto l’en plein praticamente ovunque.

Su base regionale, il Sì al Nord è stato in partita solamente in Lombardia, dove la prevalenza dei contrari alla riforma renziana è stata solo del 5 per cento. Nelle altre regioni – Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Liguria – è stato cappotto contro l’ormai il presidente del Consiglio dimissionario.

Un certo equilibrio poi si è registrato in Umbria, mentre nelle altre regioni del Centro e del Sud la distanza tra favorevoli e contrari è stata netta.

Anche nelle grandi città si è ripetuta la stessa dinamica che ha poi caratterizzato le singole realtà provinciali italiane.

Il fronte del Sì ha conquistato la maggioranza dei votanti solamente a Firenze e Bologna, mentre il No ha avuto nettamente la meglio a Roma, Milano, Napoli, Palermo, Torino, Venezia e Genova.

Un vastissimo impatto che di fatto ha contribuito a determinare il destino del referendum costituzionale è stata l’alta affluenza, nettamente più alta rispetto ai referendum costituzionali del 2001 e del 2006.

E risulta interessante rilevare alcune analogie proprio con la consultazione referendaria di 10 anni fa, che come questa proponeva di riformare profondamente la parte seconda della nostra Costituzione.

All’epoca, se da un lato l’affluenza alla urne fu nettamente più bassa – votò il 52,46 per cento degli aventi diritto – i risultati in termini numerici furono abbastanza simili a quelli di domenica sera: votò Sì solamente il 38,71 per cento, mentre la riforma venne largamente bocciata dal 61,29 per cento degli elettori.

In quel caso la riforma era stata proposta da un governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi: seppur con numerosissime differenze sostanziali con la legge targata Renzi-Boschi, le modifiche prevedevano anche allora l’abbassamento del numero dei parlamentari e la fine del bicameralismo perfetto tra Camera e Senato.

Ma l’importanza del voto di ieri – e nei numeri relativi alla partecipazione degli italiani – emerge anche dal confronto con la consultazione referendaria del 17 aprile 2016, quando gli italiani furono chiamati a decidere sulle concessioni per la trivellazione lungo le coste: dieci mesi fa espressero il loro voto in 15.026.940, non raggiungendo nemmeno il 33 per cento.

Infine, è importante sottolineare come questo voto abbia sancito una spaccatura generazionale che si è poi riflessa sulla consultazione referendaria: nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni, il 68 per cento dei votanti ha scelto il No, contro il 32 per cento per il Sì.

Nella fascia tra i 35 e i 54 anni il No ha prevalso 67 per cento a 33, mentre gli over 55 hanno votato a favore del Sì 51 per cento a 49.

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