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Gli internati italiani canadesi: non era il loro paese

Gli internati italiani canadesi: non era il loro paese

TORONTO – Come la notte segue il giorno, le reazioni all’impegno pubblico di Trudeau di scusarsi, in Parlamento, per l’internamento dei canadesi italiani durante la seconda guerra mondiale, sono state tanto veloci e numerose quanto negative.

Ci si chiede chi hanno consultato in merito prima di prendere una decisione. In tutta onestà, avrei potuto essere l’ultima persona alla quale gli “gnomi onniscienti” dell’Ufficio del Primo Ministro avrebbero chiesto consiglio. Ma sicuramente non c’è carenza di persone con “memoria aziendale” sull’argomento nella comunità.

Le reazioni attraversano le linee del partito, iniziando con oltre 1000 commenti all’editore su un articolo online del Globe and Mail il giorno successivo. Volendo dare una svolta cortese sembra che siano alla ricerca di giustificazioni, cercando un codicillo “legale” sul quale appendere un cappello, un imperativo politico per correggere qualche errore nel passato o un confronto con un esempio contemporaneo e analogo che grida per l’emulazione. Io, da parte mia, sospetto che qualche animosità latente, storica ed etnica stia alla loro base.

Per questo, il governo del Canada, anche se era negli inferi del 1940, dovrebbe assumersi delle responsabilità. Cosa sperava di ottenere con il passaggio del War Measures Act e le dichiarazioni degli italiani (residenti in Canada) come “Enemy Aliens” – persone non degne della fiducia del Canada, o ancor meno quella della “nobiltà della terra” ( Maggioranza anglo-celtica del governo canadese).

La guerra porta la verità e la ragione fuori dalla porta mentre apre le finestre alla menzogna e all’odio. Il War Measures Act ha reso tutto legale.

Il governo di allora spodestò canadesi di origine italiana di dignità, lavoro, reti di amicizie, reputazione e in alcuni casi delle loro proprietà e mezzi di sostentamento. Alcuni sono stati incarcerati – nessuna accusa. Lo scopo dichiarato? Il Canada, una colonia semi-autonoma della Gran Bretagna a quel tempo, era stato invitato dalla madrepatria a dichiarare guerra all’Italia, e aveva bisogno di estirpare potenziali sediziosi interni.

Ciò includeva ogni italiano nato nel paese e chiunque fosse cittadino canadese – più accuratamente, soggetti britannici, perché all’epoca non esisteva la cittadinanza canadese. Comprendeva persone come i miei zii e zie, che sono nati qui nel primo decennio del ventesimo secolo, oi loro figli che sono nati qui negli anni ’20.

Comprendeva le loro famiglie e le famiglie di molti altri, come quella di uno dei miei ex colleghi del Parlamento del Canada, la cui prole si era offerta volontaria nel RCAF o nella Marina.

Non includeva i Canadesi Francofoni. Quest’ultimo gruppo si rifiutò di arruolarsi in una guerra che considerava un affare imperiale di scarsa preoccupazione per loro. Lo stesso governo che approvò il War Measures Act provocò una crisi costituzionale con le sue iniziative di coscrizione per costringere i francofoni ad arruolarsi nel 1942. Nessun documento di mia conoscenza elenca i soldati di leva uccisi in battaglia durante la guerra.

Ad ogni modo, i canadesi di origine italiana che si trovavano in Italia non riuscirono a riunirsi alle loro famiglie in Canada, fino alla fine degli anni ’40.

L’ondata di immigrazione italiana del dopoguerra (eguagliata solo dalle controparti tedesche e inglesi) non ha riscontrato nulla di tutto questo.

Molti hanno avuto difficoltà a comprendere le questioni di umiliazione intenzionale, espropriazione ed esclusione vissute dalle loro parentele; loro stessi avevano subiti altre experienze belliche – la morte, la distruzione e l’invasione di stranieri armati nel loro paese. Si adattarano, male ma…

La leadership nella comunità italo-canadese veniva diretta dalle “mani vecchie” – i “vecchi Canadesi” – che ha sollecitato la questione della riparazione, dell’integrazione, dell’accettazione e dell’uguaglianza per più di trent’anni dopo la guerra, spesso con un vigore incondizionato e caratterizzato da ciò che altre comunità consideravano il valore trascendente della responsabilità collettiva.

Agenda politica a parte, il premier Brian Mulroney stava rispondendo a quell’elemento e quel segmento della società quando, per la prima volta, propose di offrire delle scuse nel 1990.

Ma le persone/eroi rappresentative di quel segmento sono passate alla storia, anche se la loro prospettiva e eredità hanno continuato ad avere qualche influenza nelle città più piccole del Canada.

Ventinove anni dopo che i luogotenenti del primo ministro Chretien hanno riproposto la questione delle scuse di Mulroney, ma, alla Camera, e a giudicare dalle risposte fino ad ora, si rimane a chiedersi quale problema i “consiglieri” di Trudeau pensavano di servire attraverso un altro impegno a metà di scusarsi nella Camera dei Comuni.

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