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Gli elettori in Canada potrebbero minare l’unità d’Italia

Gli elettori in Canada potrebbero minare l’unità d’Italia

TORONTO –  Sembrava una buona idea in quel momento. Quindici anni fa, l’Italia ha accordato ai suoi cittadini all’estero il diritto di voto, nei paesi di loro residenza e per candidati emergenti della Diaspora.
Per il Canada un magnifico potenziale beneficio: un deputato o un senatore nel parlamento italiano con il dovere democratico di rappresentare gli interessi degli elettori del nostro territorio sovrano.
Immaginate, se volete, la spinta ulteriore ai nostri obiettivi, nella politica estera e commercio internazionale, che tale rappresentanza potrebbe sviluppare. 
Potremmo trascurare il potenziale ottenuto, visto che la scena politica italiana, dominata da una partitocrazia il cui equilibrio del potere può essere letteralmente plasmato e plagiato da un esiguo gruppo di parlamentari?
Dite che è come vedere la luna nel pozzo? Ci sono più di 1.5 milioni di Canadesi di origine italiana in Canada, secondo Stats Canada. 320mila di loro ancora usa prevalentemente o spesso la lingua italiana nella conduzione delle attività giornaliere. Circa 150mila ha conservato la cittadinanza italiana ed è iscritta nelle liste AIRE degli elettori.
La maggior parte dei nordamericani con tale opportunità è residente in due città canadesi, Toronto e Montreal, seguono poi New York, Vancouver, Ottawa e Thunder Bay. Ci sono più torontini (circa 74.000) potenziali elettori nelle prossime elezioni del 4 marzo, in Italia, che residenti in tutta la cittadina Sault Ste. Marie. Nel referendum del 2016 per la riforma costituzionale, gli italiani residenti in Canada hanno costituito il gruppo di votanti più grande fuori dall’Italia (eccetto per il Brasile) è ha votato copiosamente per il cambio della Costituzione (il 67.1%). Comincia a delinearsi il disegno?
L’Italia è la seconda potenza economica manifatturiera in Europa, con la quale abbiamo appena firmato un accordo economico e commerciale globale (CETA). La sua economia, seppure ultimamente indebolita, è una volta e mezza quella del Canada e la terza più grande in Europa.
Recentemente l’Italia avrebbe dovuto fungere da incubatrice di progetti in risposta all’ “immigrazione forzata” per l’Europa e il Nord America. 
Tra giugno del 2015 e giugno del 2017, pressappoco 400mila “migranti” sfortunati – gente ridotta in schiavitù e oggetto di contrabbando dei guerriglieri prevalentemente dalla Libia – approdano sulle rive meridionali dell’Italia. 
All’incirca altri cinque mila al mese vengono o soccorsi in altomare o recuperati in acqua, senza vita.
Nello stesso periodo il Canada, con tanto fragore inutile, ha ’accolto’ 35mila “immigranti qualificati” dai campi profughi siriani. L’opportunità per tentativi di scambio, progetti e strategie di integrazione sono stati accantonati.
Eppure siamo reciprocamente partner commerciali importanti fuori dal contesto che viviamo ogni giorno: il Nord America e l’Europa. 
Non mancano aspetti culturali, politici ed economici passati o futuri nei quali non possiamo trovare un’alleanza produttiva, a prescindere dal convincimento partigiano politico.
Eccetto quando partiti e leadership cinica si coinvolgono in “movimenti” nutriti dall’incertezza, dalla paura, dalle xenofobia, dal razzismo e dalla disoccupazione che in alcune province del sud supera il 50% tra giovani e donne.
Gli estremisti trovano terreno fertile, ironicamente, al nord, più sicuro economicamente, dove i separatisti dell’ala destra sono ora alleati con i partiti di destra per raggiungere il controllo elettorale del Parlamento.
Insieme, grazie al sistema italiano del proporzionale nella ripartizione delle due camere, potrebbero anche aver successo nel conquistare la maggioranza in Parlamento. 
In Italia, il complesso politico “unitario” è basato sulle negoziazioni tra i partiti. Il Canada, nonostante il suo sistema maggioritario, prende in esame “accordi” tra le giurisdizioni legislative per mantenere l’unità nella federazione. 
Ciò che dovrebbe interessare tutti noi è che il processo elettorale potrebbe vedere un supporto “canadese” al partito separatista  (la Lega di Salvini) – in un paese che noi consideriamo alleato e collaboratore commerciale.
Qualche anno fa, quando il Bloc Quebecois dominava all’opposizione nel parlamento canadese e in un periodo quando l’Europa centro-meridionale si disintegrava in piccoli stati, un deputato della Slovacchia mi disse, dopo un intervento in commissione: “I separatisti erano al 15% e noi non l’abbiamo valutato seriamente, ora la mia amata Cecoslovacchia non esiste più”.
 
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