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Seggio Nazioni Unite, sconfitta la strategia di Justin Trudeau

Seggio Nazioni Unite, sconfitta la strategia di Justin Trudeau

Seggio Nazioni Unite, sconfitta la strategia di Justin Trudeau

TORONTO – È una sconfitta che brucia quella subita da Justin Trudeau alle Nazioni Unite.

Mercoledì il Canada è stato battuto da Norvegia e Irlanda nella corsa per i due seggi da membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Dal 1946 Ottawa era riuscita ad ottenere il seggio, assegnato a rotazione, per ben sei volte. Solamente nel 2010 il Canada non era riuscito a conquistare un posto tra i grandi, quando l’allora primo ministro Stephen Harper venne messo all’angolo dagli Stati arabi, con l’accusa di portare avanti politiche troppo filo-israeliane e venne sconfitto da Germania e Portogallo.

Ma è proprio da quel voto che dobbiamo partire, se vogliamo davvero capire quali sono state le ragioni che hanno portato alla sconfitta di due giorni fa.

All’epoca i liberali presentarono la disfatta come una “Caporetto diplomatica” per il leader conservatore, incapace – era la loro tesi – di portare avanti una strategia multilaterale basata sul dialogo e sulla creazione di rapporti e relazioni a livello geopolitico.

Partendo da questo assunto, dopo la vittoria alle elezioni del 2015, il primo ministro Justin Trudeau ha cercato di percorrere una strada completamente diversa, candidando immediatamente il Canada per il seggio che sarebbe diventato disponibile nel 2020 e virando a 360 gradi l’agenda del governo sul piano internazionale.

Ma questa, evidentemente, è stata un’operazione politica che non ha portato a risultati concreti. Perché se da un lato il primo ministro è stato in grado di ricucire rapporti con numerosi Paesi, dall’altro non ha capito che alle Nazioni Unite, per raggiungere determinati obiettivi, serve il peso e l’influenza dei maggiori attori internazionali.

Sulla carta, ogni ha Nazioni ha in mano un voto che vale esattamente come quello degli altri Paesi. Ma in realtà la forza persuasiva di determinati Stati fa sempre la differenza. Ecco allora che se andiamo ad analizzare le relazioni tra il Canada e la Cina, ad esempio, scopriamo che i due Paesi sono ai ferri corti da più di un anno per via della vicenda di Meng Wanzhou, arrestata a Vancouver con la richiesta d’estradizione degli Stati Uniti.

Pechino ha in mano buona parte dei voti dei 54 Paesi africani ed è scontato che la Cina abbia preferito indirizzare il suo sostegno verso Norvegia e Irlanda. Anche con gli Stati Uniti trumpiani i rapporti non sono idilliaci, con le cicatrici del lungo tira e molla nella trattativa sul nuovo Nafta che non si sono ancora rimarginate. Con la Russia le relazioni diplomatiche sono praticamente ferme dal 2014, quando scoppiò il conflitto tra Mosca e l’Ucraina.

Restavano gli Stati dell’Unione europea, con i quali il Canada ha un’ottima relazione. Ma è chiaro che l’Ue ha deciso di appoggiare l’Irlanda – Stato membro dell’Unione – e la Norvegia, che non fa parte integrante dell’Ue ma ne è legata dal 1994 attraverso l’accordo European Economic Area (EEA).

In questo contesto, è stato quasi un miracolo il fatto che il Canada sia stato in grado di racimolare 108 voti, non sufficienti tuttavia a contrastare i 130 della Norvegia e i 128 dell’Irlanda.

Per Trudeau è una sconfitta che pesa soprattutto sul piano dell’immagine, senza dimenticare che il governo canadese in questi anni ha speso 2,3 miliardi di dollari per promuovere la propria candidatura.