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La Wexit può diventare un vero problema solo se viene sottovalutata

La Wexit può diventare un vero problema solo se viene sottovalutata

TORONTO – Una pagliacciata destinata a rimanere fenomeno marginale o un rischio concreto per l’unità nazionale? La Wexit può diventare un problema solamente se viene sottovalutata.

Se il malessere delle province dell’Ovest e i malumori emersi soprattutto in Alberta vengono cestinati come una carnevalata fuori stagione promossa da un politico improvvisato e improbabile, quel Peter Downing intervistato dalla Cbc con la sua maglietta di hockey e il suo cappellino che riprende lo slogan di trumpiana memoria, “Make Alberta Great Again”.

In Quebec l’istanza separatista, quando ha deciso di seguire il percorso della legalità bocciando l’opzione eversiva, è stata accompagnata da una classe dirigente preparata, organizzata, con una capillare ramificazione di contatti e rapporti nel territorio. E in questo contesto è stato possibile per il Party Quebecois arrivare al governo della provincia francofona, e ai separatisti di arrivare a due referendum.

In Alberta il quadro è completamente diverso. Se da un lato è appurato storicamente che il separatismo nelle sue varie declinazioni politiche e partitiche è presente dagli anni Trenta del secolo scorso, è altrettanto appurato che queste tensioni hanno trovato una valvola di sfogo in formazioni politiche minori che non hanno mai avuto alcuna rilevanza numerica.

L’Alberta First Party, fondato nel 1999, alle elezioni provinciali del 2001 ha preso 8.851 voti senza vincere alcun seggio all’assemblea legislativa.

Non è servito a nulla cambiare nome nel 2004, quando il partito ha scelto un ben più esplicito “Separation” tanto per uscire completamente dalle ambiguità, prendendo solo 4.680 voti.

Nelle tre elezioni successive il partito è praticamente scomparso, prendendo rispettivamente 119, 68 e 72 voti. Nel 2019 i separatisti si sono riorganizzati sotto le insegna dell’Alberta Independence di Dave Bjorkman, presentando 63 candidati negli 87 distretti provinciali totalizzando 13.531, insufficienti per conquistare qualche seggio.

Insomma, se i numeri sono questi, la minaccia separatista sembrerebbe estremamente debole.

Ma in questo contesto bisogna tenere conto di alcuni fattori.

In primo luogo i partiti tradizionali sono stati in grado molto spesso di intercettare questo malessere generalizzato: è il caso dell’Ndp nelle elezioni del 2015, o dell’ascesa del Wildrose Party prima di confluire nell’United Conservative Party di Jason Kenney.

Oltre a questo, se è vero che il rischio secessionista non può essere preso sul serio se la sua rappresentazione plastica è quella di Peter Downing e del suo cappellino blu, non ha senso minimizzare le ragioni che sono alla base di questo malessere: la frustrazione per lo scarso peso a Ottawa, la presenza di un tessuto economico che ha un unico fattore – il petrolio – completamente diverso da quello del resto del Paese, la sensazione di disagio per una formula di equalizzazione ritenuta ingiusta e penalizzante.

Queste sono tensioni sociali ed economiche che non devono essere sottovalutate: se commettiamo questo errore, allora la Wexit può diventare un problema serio.

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