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I giapponesi canadesi: “Basta parole, ora i fatti”

I giapponesi canadesi: “Basta parole, ora i fatti”

VANCOUVER – Strappati dalle loro case, sequestrate e vendute. Internati e costretti ai lavori forzati per pagarsi l’affitto delle baracche in veri e propri campi di concentramento.

Non stiamo parlando degli ebrei nella Germania di Hitler, ma dei giapponesi nel Canada del 1942: quasi 22mila persone, la maggior parte delle quali canadesi di nascita. Giapponesi perfettamente integrati, ormai nordamericani, la cui unica colpa era appunto quella di essere originari del Paese “nemico”.

Oggi, anche loro – come gli italo- canadesi ai quali toccO la stessa sorte – chiedono le scuse del governo, nello specifico quello della British Columbia, principale responsabile dell’azione di 77 anni fa. E non soltanto parole, ma azioni concrete. Fatti.

A dirlo è l’Associazione Nazionale dei Canadesi Giapponesi e l’occasione per tornare sull’argomento è stato, nello scorso weekend, il Fusion Festival a Surrey, in British Columbia: lì, la presidente Lorene Oikawa ha invitato a visitare l’esposizione che racconta le storie dei giapponesi canadesi della B.C. spiegando che l’Associazione sta lavorando con il governo provinciale per valutare come potrebbe dare seguito alle scuse per rimediare al razzismo.

La maggior parte dei quasi 22.000 canadesi giapponesi internati viveva infatti proprio in quello Stato prima delle deportazioni di massa. Il governo federale si è scusato nel 1988 e quello della B.C. lo ha fatto nel 2012, ma l’Associazione Nazionale dei Canadesi giapponesi ha sempre dichiarato che quelle scuse non hanno mai coinvolto la comunità. Nel senso che non si è mai andati oltre le classiche parole “di circostanza” per risolvere i torti storici che hanno visto famiglie separate e proprietà vendute.

“Abbiamo accettato quelle scuse, ma vogliamo avere ciO che ancora manca e speriamo di averlo in seguito alle consultazioni comunitarie avviate dal governo provinciale” ha aggiunto la presidente dell’Associazione facendo riferimento ai “sondaggi” iniziati a maggio a Toronto, Hamilton, Winnipeg, Calgary, Edmonton, Vancouver, altre sette comunità nella British Columbia e in corso anche on line, per fare un quadro completo delle richieste da inoltrare alla Provincia in autunno.

Finora, alcuni partecipanti hanno chiesto “che i curricula scolastici includano il razzismo contro i canadesi giapponesi” nonché varie iniziative “per educare l’opinione pubblica sul trauma intergenerazionale che le famiglie hanno vissuto”, ha detto Oikawa. Il ministro della Cultura della B.C., Lisa Beare, ha a sua volta dichiarato che il governo sostiene l’Associazione e le consultazioni hanno lo scopo di consentire ai membri della comunità di proporre iniziative.

“Riconosciamo che è stato fatto un danno significativo ai canadesi giapponesi a seguito delle azioni del governo provinciale durante la seconda guerra mondiale”, ha detto il ministro. “I canadesi giapponesi sono diventati bersagli semplicemente per la loro identità e in molti casi hanno perso proprietà personali, posti di lavoro e abitazioni”.

Tante le storie di giapponesi canadesi internati che riemergono nell’occasione. Come quella di Addie Kobaishi, 86 anni, nata e cresciuta a Vancouver: la sua famiglia dovette lasciare la casa perché fu deportata nel campo di di Tashme, vicino a Hope, in B.C., mentre sua nonna e sua zia finirono in una tenuta all’Hastings Park di Vancouver prima di essere mandate a Tashme, dove gli abitanti hanno affrontato inverni freddi e senza servizi igienici interni né acqua. “Le condizioni erano dure”, ha detto da una casa di cura a Scarborough in Ontario dove ha partecipato alle consultazioni per i risarcimenti.

E ha raccontato che la sua famiglia si dovette stabilire a Montreal a causa della discriminazione che aveva affrontato a Toronto, dove avrebbe voluto vivere dopo l’esperienza dell’internamento. Un’esperienza che lasciO comunque segni indelebili e conseguenze: il padre di Addie morì a 47 anni, lo zio divenne alcolizzato… “il governo dovrebbe riservarci qualcosa di più di semplici scuse”, ha aggiunto Addie.

C’è anche chi, come Ryanne Macdonald, 21 anni, canadese di quarta generazione di origine giapponese, quelle storie non le ha vissute in prima persona ma di riflesso. Lei sta cercando di ricostruire la storia della sua famiglia attraverso i racconti dei parenti perché vuole capire cosa passarono i suoi nonni, entrambi nati in Canada. “Penso che sia stato terribile”, ha detto.

Nel frattempo, anche gli italo-canadesi attendono risposte.

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