“È Gesù che guarisce
dalle ferite del passato”

di Mariella Policheni del July 29, 2022

TORONTO - Presiede la Messa per la riconciliazione al santuario nazionale di Sant’Anna di Beaupré, Papa Francesco. Con lui, scrive il sito web del Vaticano, concelebrano diversi vescovi, arcivescovi, cardinali e i membri della Curia Romana al suo seguito. Nella bella basilica, nel comune di Beaupré, lungo il fiume San Lorenzo, a 30 km dalla città di Québec, alla presenza di centinaia di fedeli - fra cui il primo ministro Justin Trudeau -, Francesco sviluppa la sua omelia, pronunciata in spagnolo, sul viaggio dei discepoli di Emmaus, narrato nel Vangelo di Luca. Il Pontefice lo raffronta al cammino di ciascuno di noi e a quello della Chiesa, sulla strada della vita e della fede e, in particolare, al “cammino di guarigione e riconciliazione” che la Chiesa sta compiendo in Canada. Ne è segno anche la liturgia eucaristica al santuario di Beaupré, dove sono stati predisposti 10mila posti a sedere, di cui soltanto 1600 all'interno del luogo di culto. Tanti gli indigeni fra i pellegrini arrivati per ascoltare Francesco già dalle 5.30 del mattino. Il Pontefice li ha salutati facendo un giro in papamobile, insieme al cardinale Gérald Cyprien Lacroix, arcivescovo di Québec prima di dirigersi verso la Sacrestia.

Come i due viandanti smarriti e sconvolti per la morte di Gesù, che speravano liberasse Israele, pure noi, “mentre portiamo avanti i sogni, i progetti, le attese e le speranze che abitano il nostro cuore”, ci scontriamo con le nostre fragilità e debolezze, “sperimentiamo sconfitte e delusioni, e a volte restiamo prigionieri del senso di fallimento che ci paralizza”. E quando “i nostri ideali si scontrano con le delusioni dell’esistenza”, quando coltiviamo progetti di bene che non riusciamo ad attuare o facciamo esperienza di sconfitte, errori, fallimenti o cadute, o ancora quando “vediamo crollare ciò in cui avevamo creduto o ci eravamo impegnati”, anche noi siamo pervasi dall’amarezza e dallo sconforto.

Ma proprio in quei momenti, rivela il Papa mentre attenti lo ascoltano anche diversi rappresentanti dei popoli indigeni, come accade nell’episodio evangelico in cui Gesù si accosta con discrezione ai due viaggiatori spiegando loro gli eventi che li hanno rattristati alla luce della Scrittura, Dio “ci viene incontro e cammina con noi”, “riapre i nostri occhi e fa ‘ardere di nuovo il nostro cuore’”. Succede allora, prosegue Francesco, che “il fallimento lascia spazio all’incontro con il Signore, la vita rinasce alla speranza e possiamo riconciliarci: con noi stessi, con i fratelli, con Dio”. Quindi il Pontefice torna sul dramma vissuto dalle popolazioni autoctone canadesi.

“Anche noi, dinanzi allo scandalo del male e al Corpo di Cristo ferito nella carne dei nostri fratelli indigeni, siamo piombati nell’amarezza e avvertiamo il peso del fallimento. “Permettetemi allora di unirmi spiritualmente a tanti pellegrini che qui percorrono la “scala santa”, che evoca quella salita da Gesù al pretorio di Pilato; e di accompagnarvi come Chiesa in queste domande che nascono dal cuore pieno di dolore: perché è accaduto tutto questo? Come ciò è potuto avvenire nella comunità di coloro che seguono Gesù?”, dice il Papa.

Volti segnati dal tempo e dal dolore ascoltano le parole del Pontefice che sembrano toccare l'interiorità di molti.

C’è la “tentazione della fuga” quando viviamo il dolore delle delusioni, avverte il Papa, vorremmo scappare da quei fatti che ci hanno feriti, rimuoverli. Ma fuggire dinanzi ai fallimenti della vita per non affrontarli “è una tentazione del nemico - chiarisce Francesco - che minaccia il nostro cammino spirituale e il cammino della Chiesa: vuole farci credere che quel fallimento sia ormai definitivo, vuole paralizzarci nell’amarezza e nella tristezza, convincerci che non c’è più niente da fare e che quindi non vale la pena di trovare una strada per ricominciare”.

Quella “strada verso una società più giusta e fraterna” che cerchiamo nel desiderio di “riprenderci dalle nostre delusioni e stanchezze”, sperando di guarire dalle ferite del passato e riconciliarci con Dio e tra di noi”, afferma il Papa, esiste.

Toccante il momento dello scambio della pace: si sono strette mani, si sono aperti abbracci, sono state sussurrate parole, si sono incrociati sguardi. A mostrare quel cammino di riconciliazione aperto che prosegue e cresce.

Al termine della Messa rivolge il suo saluto al Papa l'arcivescovo del Québec: "Come il Maestro di Emmaus, lei ha intrapreso la strada per venire con noi nel cammino della guarigione e della riconciliazione - dice -. Insieme, intraprendiamo una via di apertura alle nostre realtà particolari riconoscendo molto umilmente le nostre mancanze. Ma soprattutto cerchiamo i rimedi capaci non solo di estirpare il male alla sua radice, ma di condurre le nostre comunità assetate di giustizia, di unità e di pace verso una guarigione completa".

Il cardinale Lacroix manifesta poi a Francesco la sincera riconoscenza di tante persone e dei popoli indigeni delle First Nations, dei Métis e degli Inuit. "La sua profonda e sincera sollecitudine procura un balsamo per la guarigione di ferite profonde e un impulso necessario nel processo di riconciliazione così benefico per la pace" aggiunge il porporato, riconoscendo che i risultati attesi richiedono pazienza, gesti sinceri di accoglienza e di empatia, umiltà, comprensione e apertura alla vita e alla cultura degli altri.

(foto: Vatican Media)

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