CorrCan Media Group

Donne indigene morte e sparite, “un genocidio”

Donne indigene morte e sparite, “un genocidio”

TORONTO – «Le vostre verità non possono essere ignorate, avete iniziato a riscrivere la storia canadese». Lo ha detto ieri ai sopravvissuti e alle loro famiglie Marion Buller, chief commissioner dell’indagine sulle donne e sulle ragazze indigene scomparse e uccise.

Durante una cerimonia al Canadian Museum of History di Gatineau, in Quebec, l’ex giudice della British Columbia ha detto che lei e i suoi colleghi che hanno preso parte all’inchiesta stanno facendo riflettere in uno specchio il paese, riportando quello che hanno sentito da più di 2.300 persone in due anni di udienze pubbliche e di lavoro per raccogliere prove.

La cerimonia ha contrassegnato la presentazione al primo ministro Trudeau del tanto atteso rapporto relativo all’inchiesta che contiene oltre 200 raccomandazioni destinate ai vari livelli di governo.

«La tragedia è il risultato diretto di un modello persistente e deliberato di violazioni e abusi sistemici e della violazione dei diritti umani degli indigeni che sono stati perpetuati storicamente dallo stato canadese, progettati per allontanare gli indigeni dalle loro terre, strutture sociali e governi, e per sradicare la loro esistenza come nazioni, comunità, famiglie e individui».

Le raccomandazioni contenute nel rapporto che “chiede giustizia” mette in luce la necessità di istituire un difensore civico e un tribunale degli indigeni e dei diritti umani nazionale, lo sviluppo di un piano d’azione nazionale per garantire un accesso equo all’occupazione, all’edilizia, all’istruzione, alla sicurezza e all’assistenza sanitaria, nonché finanziamenti a lungo termine per programmi di educazione e campagne di sensibilizzazione relative alla prevenzione della violenza.

«La violenza contro le donne e le ragazze delle First Nations, dei Metis e degli Inuit è un “genocidio” – ha continuato la Buller di fronte alla platea di centinaia di persone riunitesi per celebrare il completamento dell’inchiesta – è necessario un cambiamento completo per smantellare il colonialismo nella società canadese, un cambiamento di paradigma che deve venire da tutti i livelli di governo e istituzioni pubbliche».

Parole, queste di Marion Buller, membro del gruppo Cree Mistawasis First Nation del Saskatchewan, che sono state a lungo applaudite. Assieme a Trudeau erano presenti anche il ministro dei servizi indigeni Seamus O’Regan e al ministro delle Crown-Indigenous Relations and Northern Affairs Carolyn Bennett.

Di fatto il rapporto incolpa lo stato per le morti e le sparizioni delle donne di origine nativa perché non ha fatto nulla per impedire la violenza contro di loro. In alcuni casi ad esempio le indagini di polizia sarebbero state condotte in modo superficiale a causa dell’etnia delle vittime.

«Le ideologie e gli strumenti del colonialismo, del razzismo e della misoginia, sia passati che presenti, devono essere respinti », ha aggiunto la Bennett.

Nel suo intervento la commissioner Qajaq Robinson ha espresso la sua esperienza di non-indigena di fronte a una tragedia come questa. «Vergogna, senso di colpa, negazione, quella spinta a dire “No, no, no, non è quello che è” – ha detto – ma è la verità, è la nostra verità, è la mia verità, è la vostra verità. Le famiglie, i sopravvissuti e le popolazioni indigene in tutto il paese hanno portato alla luce questa verità».

Si stima che le donne indigene scomparse e uccise in Canada siano migliaia ma il rapporto conclude che nonostante i migliori sforzi della Commissione per quantificare l’entità della tragedia, “nessuno conosce il numero esatto”.

Nel 2010, la Native Women’s Association of Canada ha riportato che le donne indigene disperse e assassinate sono state 582. Nel 2014, l’RCMP ha pubblicato una panoramica nazionale e ha rilevato che il numero di casi tra il 1980 e il 2012 ammonta a quasi 1.200.

“Mettere in pratica le raccomandazioni è responsabilità non solo dei governi federali e provinciali e delle forze dell’ordine, ma anche di tutti i canadesi”, conclude il rapporto.

More in Canada