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Cannabis, regole più restrittive in Quebec

Cannabis, regole più restrittive in Quebec

di Carlo Cantisani

TORONTO – Per anni, i giovani dell’Ontario si sono riversati in Quebec per consumare liberamente gli alcolici, aggirando il limite di età della loro provincia. Nei prossimi mesi, invece, potrebbero essere quelli del Quebec ad accorrere in Ontario per evitare le restrizioni per quanto riguarda il consumo della cannabis ricreativa nella provincia francofona. Il nuovo governo presieduto da François Legault, infatti, si appresta ad adottare particolari misure legislative più restrittive sull’uso della cannabis, e se tutte le intenzioni verranno mantenute il Quebec diventerà la provincia con le regole maggiormente limitative di tutto il Canada per quanto riguarda la sostanza.

Ad essere ridiscussa è innanzitutto l’età consentita per l’acquisto, il consumo e la detenzione: se per la maggior parte delle provincie, tra cui l’Ontario, è dai 19 anni in su, il Quebec vorrebbe aumentarla sino a 21 (il precedente governo di Philippe Couillard l’aveva addirittura posta a 18 anni). Vietato anche il consumo nei i luoghi pubblici, così come anche la coltivazione delle piante presso la propria abitazione.

Già in molti hanno fatto notare come questo atteggiamento, di natura culturale oltre che politica, strida contro lo storico carattere “libertino” e laissez-faire della provincia, a pochi giorni, fra l’altro, dalla liberalizzazione della cannabis ad uso ricreativo prevista in tutto il Canada per il 17 ottobre. Eppure i dati parlano chiaro. Secondo un sondaggio di Environics Analytics condotto a luglio, solo il 39% dei Québécois supporta la legalizzazione rispetto al 53% dei canadesi al di fuori della provincia; inoltre, l’accettazione sociale della cannabis ha livelli più bassi rispetto al resto del paese, ovvero il 32% contro il 46%, a differenza invece del tabacco che per il Quebec – l’unica provincia fra tutte – rimane la sostanza maggiormente “accettabile”.

“È alquanto ironico”, ha dichiarato Jean-Sébastien Fallu, ricercatore all’Università di Montreal dove studia, fra le altre cose, gli effetti dell’uso della cannabis. “Su alcune questioni morali, i Québécois sono più permissivi. Per quanto riguarda le droghe, sono più prudenti. La cannabis è stata demonizzata”. E se da una parte la provincia francofona controllerà le vendite di marijuana attraverso dei punti vendita statali, portandoli gradualmente da 20 a 150, dall’altra il partito al governo del CAQ lamenta che “ci saranno ancora più (punti vendita, nda) che ristoranti St-Hubert in Quebec “, riferendosi alla nota catena di vendita per il pollo della provincia.

Molti analisti e osservatori si stanno chiedendo come mai tutta questa reticenza da parte del Quebec nell’accogliere il prossimo cambiamento che investirà il mercato (legale e, si spera, illegale) della cannabis. Fra le cause tirate in ballo ci sarebbero le violenze associate alle bande di motociclisti in guerra per il controllo del traffico di droga, o l’eredità culturale trasmessa dalla Chiesa cattolica. Proprio riguardo a quest’aspetto, secondo Fallu “non tutto cio che riguarda la moralità della Chiesa è stato respinto.

Quando si tratta di sesso, bene. Ma la droga, no”. Ma, al di là di questi elementi, potrebbe anche trattarsi di un problema di percezione del ruolo del consumo di marijuana nelle città: mentre a Toronto e a Vancouver, ad esempio, sono presenti molti esercizi per la cannabis, anche medica, questi ultimi scarseggerebbero a Montreal, come dimostra l’improvvisa chiusura di una catena di negozi creata nel 2016 dall’attivista Marc Emery. “I dispensari hanno fatto parte della vita quotidiana (al di fuori del Quebec, nda), quindi le persone si sono rese conto che il mondo non sarebbe in pericolo per la disponibilità di marijuana”, ha affermato Caroline Lavoie, consulente specializzata in cannabis e direttore degli affari societari presso la Neptune Wellness Solutions Inc, aggiungendo che “in Quebec c’è ancora molta paura su cosa succederà il 17 ottobre”. La mancata esposizione quotidiana a certe sostanze, quindi, avrebbe giocato un ruolo centrale nella considerazione sociale dei cittadini quebecchesi. Secondo Serge Brochu, criminologo e direttore scientifico di un istituto di ricerca di Montreal sulle dipendenze, “la visibilità dei tossicodipendenti nel British Columbia ha avuto l’effetto di “normalizzare” il rapporto ai farmaci”, procedendo poi di fatto ad una “depenalizzazione, quindi la legalizzazione potrebbe essere sembrata una formalità. In Quebec, invece, può essere vista come un cambiamento radicale perché il consumo è meno visibile in pubblico”. Inoltre, anche l’industria e gli stessi medici della provincia sembrano essere molto poco avvezzi ad avere a che fare con la cannabis. L’industria di questa sostanza è poco sviluppata, contando, secondo Health Canada, solo nove aziende in tutto il Quebec rispetto alle 65 in Ontario e alle 25 nel British Columbia; così come pochi sono i pazienti ai quali i medici quebecchesi prescriverebbero cannabis medica, solo 9.700 persone registrate rispetto agli oltre 143.000 dell’Ontario, sempre secondo i dati di Health Canada.

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