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Canada, il tiramolla tra le province tra rischi e prudenza

Canada, il tiramolla tra le province tra rischi e prudenza

Canada, il tiramolla tra le province tra rischi e prudenza

TORONTO – È l’incubo di buona parte della nostra classe politica: sbagliare i tempi della fase 2 e andare incontro a una nuova impennata dei contagi.

In Canada numerose province hanno già iniziato ad allentare alcune delle restrizioni poste in atto da marzo nel tentativo di arginare il contagio.

Con diverse sfumature, Manitoba, Alberta, Saskatchewan hanno iniziato la delicata fase del riavvio delle rispettive economie, mentre il Quebec si prepara alla riapertura delle scuole primarie e degli asili da lunedì.

In Ontario il premier Doug Ford, dopo aver sposato per settimane un approccio votato alla cautela e alla prudenza, ieri ha deciso di cambiare rotta. E lo ha fatto in un modo contraddittorio.

Da un lato, infatti, è di ieri la decisione di estendere per altre due settimane lo stato d’emergenza: fino a dopo il Victoria Day Long Weekend rimangono in vigore molte restrizioni imposte da metà marzo, prima tra tutte quella che riguarda il divieto di assembramento di più di cinque persone.

Dall’altro, però, il premier ha annunciato i primissimi passi della fase 2, a partire da venerdì, con la riapertura della vendita al dettaglio dentro i centri giardinaggio, seguita dalla riapertura degli Hardware Store il giorno seguente e quella di tutti i negozi che hanno l’entrata su una strada a partire da lunedì, con gli acquisti però che devono essere fatti online e con il ritiro della merce comprata al di fuori del negozio.

La difficoltà che caratterizza il passaggio alla fase 2 l’abbiamo registrata anche nel resto del mondo. In Italia, dove la graduale riapertura dell’economia è iniziata lunedì, abbiamo assistito a dinamiche molto simili a quelle canadesi. Nel Belpaese ci sono state forti spinte da parte di alcune regioni – in particolare il Veneto e la Calabria – per una maggiore autonomia decisionale sui modi e sui tempi della riapertura.

Dall’altro lato, esattamente come qui in Canada, buona parte della comunità scientifica ha cercato di tirare il freno a mano, indicando uno ad uno i rischi di un “libera tutti”troppo affrettato.

Virologi ed epidemiologi di tutto il mondo stanno ancora cercando di decifrare le dinamiche di sviluppo del contagio. Sono ancora tanti, troppi i dubbi legati al Covid-19, al ruolo degli asintomatici nella pandemia, alla durata della positività di chi viene contagiato.

In Italia, ad esempio, una donna di Bergamo è ancora positiva dopo 70 giorni: questo ci fa capire come potrebbero essere del tutto inefficaci i 14 giorni di quarantena usati per chi presenta sintomi, o per chi torna dall’estero.

Sono quindi questi i motivi per i quali il governo federale ha scelto un approccio pragmatico e prudente: meglio non azzardare, meglio aspettare una settimana in più. Inutile quindi cercare di forzare i tempi, che per forza di cose sono molto lunghi.

Il premier del Quebec Francois Legault dieci giorni fa aveva presentato un piano di riapertura dei negozi e degli esercizi commerciali non essenziali per l’11 maggio. Lunedì, numeri alla mano – quella francofona è la provincia che guida le classifiche del numero dei contagiati e dei decessi – è stato costretto a fare marcia indietro, posticipando il riavvio dell’economia al 18 maggio.

Mossa saggia, quella di Legault. Perché se dovessimo assistere a un nuovo boom di contagi nel nostro Paese, avremmo buttato via tutti gli sforzi e i sacrifici individuali e collettivi di queste settimane di lockdown e di pesanti limitazioni alla nostra libertà personale.

Ora le autorità sanitarie sono in attesa di vedere i numeri delle prossime due settimane, quando avremo un quadro più preciso sulla forza del coronavirus di svilupparsi di nuovo in quelle province che hanno allentato la presa.