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Nafta: si cerca l’accordo, ma è muro contro muro

Nafta: si cerca l’accordo, ma è muro contro muro

  TORONTO – Gli interessi diversi di tre Paesi, l’infuocato clima politico dell’era Trump, l’esigenza di trovare un accordo nonostante le divisioni. Il terzo round di negoziati del Nafta è iniziato sabato e andrà avanti fino al 27 settembre a Ottawa, dopo che i primi due meeting di Washington e Città del Messico hanno registrato pochi progressi e parecchi elementi di frizione. L’obiettivo, ambizioso, di rinnovare il trattato di libero scambio nordamericano deve fare i conti con le continue ingerenze politiche dell’amministrazione americana e i tentativi di far deragliare il negoziato da parte dello stesso inquilino della Casa Bianca. E se si considera che nella tabella di marcia programmata dai negoziatori dei tre Paesi si dovrebbe giungere ad una possibile fumata bianca entro la fine del 2017, è evidente come la pressione nel tavolo della trattativa sia altissima, anche per la posta in gioco.

Di certo, in questo round di negoziati verrà affrontato lo spinoso tema del cosiddetto “local content” nel settore automobilistico, un tema spinoso che era già stato al centro di mille polemiche durante le trattative sulla Trans Pacific Partnership, prima che questa fosse definitivamente accantonata da Donald Trump. 
In agenda poi altri temi di grande importanza, come quelli legati all’agricoltura e gli standard lavorativi, una tematica questa portata avanti con forza dal Canada che vuole una maggiore equità per non essere penalizzato rispetto al Messico.
 
Ma questo round di negoziati ha anche un altro aspetto tutt’altro che secondario. Siamo infatti di fronte al primo round post-Ceta, visto che il trattato di libero scambio tra il Canada e l’Unione europea è entrato in vigore – seppur provvisoriamente, in attesa del via libera di tutti i parlamenti degli Stati Ue – lo scorso 21 settembre.
Ottawa in pratica si è creata una nuova relazione commerciale privilegiata, con l’obiettivo dichiarato di aumentare esponenzialmente gli investimenti nel Vecchio Continente e gli scambi commerciali tra le due sponde dell’Oceano atlantico. 
E la mossa può anche essere letta come un monito nei confronti di Washington: rispetto al tradizionale commercio verso gli Stati Uniti, esistono delle alternative. 
Senza dimenticare altri due importanti fattori. Da un lato questo autunno il Canada potrebbe avviare le trattative per arrivare a uno storico accordo commerciale con la Cina, primo Paese del G7 a farlo. Dall’altro Ottawa potrebbe anche accettare l’idea, promossa da più Paesi in Asia, di “resuscitare” in qualche modo la Trans Pacific Partnership in versione ridotta, senza cioè la partecipazione degli Stati Uniti. Altri due segnali, questi, rivolti all’inquilino della Casa Bianca. 
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