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La goffa retromarcia di Trudeau e il confronto col padre

La goffa retromarcia di Trudeau e il confronto col padre

La goffa retromarcia di Trudeau e il confronto col padre

di Leonardo N. Molinelli

TORONTO – Nel 1976 c’era la Guerra Fredda e Cuba era un’enclave comunista nelle Americhe comandate dagli Stati Uniti. Fidel era un temutissimo “dittatore” che da 17 anni teneva testa all’impero a stelle e strisce nonostante l’embargo e ogni possibile forma di boicottaggio da parte dell’Occidente. Allora il primo ministro canadese Pierre Elliott Trudeau volò a L’Avana e passò tre giorni con Fidel Castro, diventando il primo leader occidentale a mettere piede sull’isola dal 1960. Tra i due nacque un’intesa così profonda che nel 2000 il Lìder Maximo volò a Montréal per il funerale dell’amico.

Quarant’anni dopo Cuba e il mondo sono molto cambiati. La Guerra Fredda è finita, almeno a parole. E il presidente Obama ha addirittura visitato Cuba, guardando una partita di baseball seduto accanto a Raul Castro, il fratello di Fidel divenuto presidente. L’embargo è di fatto caduto e l’isola caraibica si sta lentamente aprendo al mondo e al consumismo sfrenato dell’Occidente. Ma dopo aver ricordato Castro come “un leader memorabile” e “un leggendario rivoluzionario e oratore” che “mio padre era molto orgoglioso di chiamare amico”, Justin Trudeau ha deciso che non parteciperà ai funerali del Lìder Maximo.

Troppe le critiche subìte in patria per quel messaggio di cordoglio a una “figura controversa”. Meglio evitare ulteriori polemiche, visto anche il fronte aperto delle raccolte fondi e la crescita nei sondaggi di Kellie Leitch, abile a sfruttare anche questa situazione in chiave elettorale.

Evidentemente non basta chiamarsi Trudeau per avere tutte le doti di un Trudeau. E la goffa retromarcia del primo ministro sulla partecipazione ai funerali di Fidel Castro a Cuba getta una luce nuova sulle differenze, politiche e umane, tra padre e figlio.

Tanto coraggioso e divisivo Pierre Elliott, quanto cauto e conciliante Justin. Che ha scelto volutamente un registro diverso dal padre, con le sue “sunny ways” e i suoi modi sempre disponibili e accomodanti. Ma che sa anche, probabilmente, che è anche grazie al ricordo del padre che è stato eletto primo ministro e che il confronto col padre lo accompagnerà in ogni suo passo istituzionale. forse anche per questo sul “fronte cubano” ha deciso di segnare la distanza più forte dal padre e dalla sua eredità.

Tanto coraggioso fu Pierre Elliott Trudeau nel 1976 a sfidare il mondo diviso dal muro di Berlino facendo infuriare Ford alla Casa Bianca, quanto fragile è apparso il primo ministro in questa circostanza. Sarebbe bastato ricordare il valore familiare del rapporto con Castro. La presenza del leader della rivoluzione cubana ai funerali del padre e del fratello e il ricordo di quei tre giorni che crearono un solido rapporto umano tra i due leader. Senza contare che il destino aveva voluto che suo padre fosse stato il primo leader occidentale a visitare la Cuba di Castro e proprio lui, il figlio, l’ultimo.

Non c’entra la politica. C’entra l’importanza di fare un gesto che è importante per la storia della tua famiglia e per il ricordo di tuo padre. Anche se sei primo ministro del Canada. Anzi, proprio perché sei il primo ministro del Canada.

Pierre Elliott Trudeau è passato alla storia per il suo carisma e le sue grandi conquiste sociali e civili, ma anche per la sua capacità di infischiarsene di quello che dicevano di lui. Ha avuto la forza di imporre la legge marziale di fronte al terrorismo separatista in Québec e di sfidare l’opinione pubblica in più occasioni.

Justin invece cede su una questione quasi “familiare” per tweet di protesta o di sfottò. Ed è un brutto segnale anche per chi lo sostiene, soprattutto a livello politico. Finora al primo ministro sono infatti bastati messaggi positivi e di speranza, oltre che gesti simbolici per ottenere il favore dell’elettorato. Più avanti però il clima potrebbe cambiare e a quel punto serviranno grinta e cattiveria per difendere gli ideali che porta avanti.

L’ondata di populismo razzista che ha portato Trump alla Casa Bianca potrebbe arrivare in Canada e c’è chi, come Kellie Leitch, sta provando a usarla per arrivare a guidare il partito conservatore. Dovesse riuscirci Trudeau si troverebbe a dover affrontare un populismo pericolosissimo, che parla alla pancia dell’elettorato e attacca senza pietà gli avversari. A quel punto potrebbero non bastare un tweet o un sorriso. A quel punto servirebbe la grinta di Trudeau. Quello vero.

(Mercoledì 30 novembre 2016)

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