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Canada – Cina I tempi sono cambiati

Canada – Cina I tempi sono cambiati

Toronto – Il governo del Canada sembra avere un bene di prestigio, il primo ministro trudeau. Come “il Donald”, anche lui è stato eletto in parte dalla sete (ricorrente) di cambiamento desiderato dal pubblico.
Trump (la palla demolitrice) è un esperto non addestrato e impulsivo, le quali prospettive ad hoc sulle conseguenze del suo approccio chiassoso e massiccio alle questioni politiche e commerciali, sono probabilmente una minaccia per entrambi. 
Per fortuna ci sono alcuni controlli e contrappesi per moderare il suo impatto o per ruotare intorno a “proposte” alternative che potrebbero ispirarlo. Trudeau – il Canada – potrebbe essere una di queste alternative. Forse, prima del suo viaggio in Cina, lui e il Canada avrebbero potuto offrire un nuovo collegamento per i trattati commerciali multilaterali e le alleanze.
In qualche modo i suoi stretti collaboratori e i suoi ministri hanno dimenticato che il premier canadese poteva risultare migliore come “finalizzatore”  piuttosto che come “negoziatore” per qualsiasi accordo. 
Cosa hanno fatto il ministro per il commercio internazionale o quello dell’industria per preparagli la strada con la controparte cinese? Dove, in quella preparazione, c’era l’impegno dell’intelligence nei vari dipartimenti e quello dell’ambasciatore canadese in Cina?
Cosa possono mostrare ora per aver sperperato quel bene? Una cifra di 125 milioni di dollari che i cinesi spenderanno in un periodo di cinque anni, per acquistare carne di manzo canadese. “Offese” anche se minime, per portare a casa il messaggio che il Canada non è un giocatore per quanto riguarda la Cina.
I tempi erano diversi quando … sì, sotto il governo Chretien/martin i cinesi non potevano mai averne abbastanza del Canada. Il genero di Chretien (un ex socio in affari di martin) effettivamente fu il capo del Canada China Business Council. (Per tutta trasparenza: ho visitato la Cina in numerose occasioni e a vario titolo, a partire dall’amministrazione Mulroney).
Allora eravamo la porta di accesso al nord America, un grande e conveniente veicolo d’entrata in quel mercato.
Investimenti esteri furono attratti dal flusso nord-sud del nostro mercato continentale. Il capitale straniero potrebbe aver visto un vantaggio investendo nell’infrastruttura manifatturiera canadese, perché la maggior parte del nostro “commercio internazionale” era all’interno del nafta. Senza di ciò il mercato canadese è troppo piccolo e poco attraente per “i pesci grandi”.
Questi ultimi, ai quali la Cina sicuramente appartiene, potrebbero aver bisogno di alcune delle nostre risorsi naturali delle nostre regioni dell’ovest. Ma la Cina è già così profondamente radicata in Africa (e altrove) che il Canada occidentale diventa sempre meno attraente per essa.
Eppure eccoci qua: il Pmo (ufficio del premier) spedisce il nostro premier – la vedette del momento – in Cina, per vendere il nostro paese come alternativa al prepotente mercato della terra di Trump. Proprio come il Donald minaccia di eliminare l’entrata canadese a quel mercato continentale che chiamiamo nafta.
È senza dubbio il più attraente, il più fotogenico, anche carismatico “capo del mondo”. Ma i cinesi hanno un miliardo e trecento milioni di bocche da sfamare, 182 milioni di persone sotto il livello di povertà.
Sì, vantano un assetto economico di diciannove trilioni di dollari, tuttavia la maggior parte dei cittadini cinesi vivono in un ambiente da terzo mondo. Il Canada ha perso l’occasione, dopo che il governo harper ha fatto deragliare la partnership emergente tra Canada e Cina, con l’umiliante rifiuto di partecipare ai giochi olimpici di Pechino.
L’entourage di Justin Trudeau, ad iniziare dai suoi ministri di gabinetto in lista, hanno considerato la sfida un po’ alla leggera; o forse mancano di quel tanto di abilità richiesta per concludere l’affare.
“L’accordo”  siglato dal nostro pm sulla carne trattata suona come una risposta alla domanda: “Where’s  the beef?” Come dire: “Dov’è la sostanza?”  
Classico umorismo cinese.
 
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