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Rabbia e frustrazione nel trionfo di Trump

Rabbia e frustrazione nel trionfo di Trump

Rabbia e frustrazione nel trionfo di Trump

di Francesco Veronesi

TORONTO – La rabbia, la disillusione, la frustrazione hanno decretato la vittoria a valanga di Donald Trump. E il fallimento, pressoché totale, del carrozzone di sondaggisti, analisti e oracoli che avevano dato per spacciato il magnate del mattone ribadisce una tesi che da queste pagine avevamo già cercato di spiegare durante le primarie repubblicane: il fenomeno Trump è stato talmente anomalo che tutti gli strumenti tradizionali in mano a chi doveva tastare il polso dell’elettorato si sono rivelati obsoleti e inefficaci.

Il tycoon è stato in grado di intercettare il malessere crescente nelle zone rurali del Paese, ma allo stesso tempo ha dato ascolto all’insofferenza di una buona parte della classe media americana, così come quello del tessuto manifatturiero in crisi ormai da un buon decennio.

Dal giugno 2015 Trump ha utilizzato un’unica strategia: attacchi a muso duro e provocazioni, senza fermarsi neanche per un giorno. L’elettorato repubblicano, quello indipendente e quello che molto spesso neanche va a votare hanno trovato risposte alle loro paure, ai loro timori, alla loro incertezza.

E il fallimento della macchina dei sondaggi è stato determinato anche da questo: nessuno, con pochissime eccezioni – una su tutte, quella di Michael Moore – è stato in grado di capire quanto fosse profonda la crisi e quanto fosse diffuso il malessere di un’America stanca, sfiancata da otto anni di presidenza Obama, condannata a una perenne stagnazione, un Paese diviso e attraversato da mille contraddizioni. Trump è stato il più bravo a intuire questo clima e lo ha alimentato, indicando i bersagli da colpire – i latini, i “diversi”, i musulmani – e mettendo da parte quel “politicamente corretto” di cui gli americani hanno le tasche piene.

Ora però inizia la parte più difficile, che è anche quella che spaventa di più la comunità internazionale.

Trump sarà presidente con una maggioranza al Senato e alla Camera, sceglierà il nono giudice che sarà ago della bilancia negli equilibri della Corte Suprema e dovrà iniziare a costruire, dopo aver demolito per un anno tutto e tutti, l’establishment del Partito Repubblicano e i poteri forti di Wall Street, Hillary Clinton e la quasi totalità di stampa e media americani e tutte le certezze dell’America. Un’America che si scopre, il 9 novembre, più fragile e insicura, più debole e più divisa, un Paese malato che si affida a un taumaturgo che promette miracoli, con il mondo ancora sotto shock. Abbiamo davanti a noi quattro lunghissimi anni.

(Giovedì 10 novembre 2016)

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