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Debole e arrogante, Hillary era il candidato peggiore

Debole e arrogante, Hillary era il candidato peggiore

Debole e arrogante, Hillary era il candidato peggiore

di Leonardo N. Molinelli

TORONTO – Ma era davvero così impensabile che Hillary Clinton perdesse queste elezioni? Perché in fondo la clamorosa sconfitta dell’ex segretario di Stato nella corsa alla Casa Bianca conferma i dubbi che hanno circondato la sua campagna elettorale fin dall’inizio.

Sin dall’inizio infatti la candidatura della ex First Lady ha creato malumori e sollevato interrogativi. Perché i punti deboli della candidata erano davvero troppi. Dai rapporti con Wall Street, alle indagini per il Mailgate. E poi c’erano le decisioni sulla Libia, le chiacchiere sul ruolo della Clinton Foundation e soprattutto lo scarso appeal emotivo nei confronti dell’elettorato, oltre che un odio sordo nei suoi confronti da parte del popolo repubblicano.

A rendere però impopolare la candidatura di Hillary Clinton era soprattutto quella sensazione che fosse una nomina imposta dall’alto. Un po’ come ricompensa per aver lasciato strada a Barack Obama nel 2008, un po’ perché rappresentava al meglio il legame dei democratici con le élite economiche e finanziarie del Paese.

E questo, in una campagna elettorale che ha messo al centro il disprezzo del popolo verso le élite era un handicap troppo forte. Lo hanno dimostrato perfettamente le primarie democratiche, dove la candidatura di Clinton ha faticato molto più del previsto contro Bernie Sanders. Un 75 enne “socialista” che solo sulla carta doveva essere un rivale è infatti riuscito a mettere in crisi una delle macchine politiche più potenti di tutti i tempi (perché questo è, o forse è più giusto dire era, la famiglia Clinton).

Il nuovo “New Deal” di Sanders ha fatto capire che un’altra via era possibile ma che i democratici avevano scelto le élite invece che il popolo. Questo ha messo in crisi quella che doveva essere una cavalcata trionfale di Clinton verso la nomination, indicando inoltre a Trump e all’opinione pubblica i punti deboli della candidata.

Tutto ciò è stato però possibile solamente perché questa candidatura era effettivamente debole e con quel senso di inevitabilità dinastica che il popolo americano ha rifiutato. Wikileaks ci ha poi dimostrato che la sensazione che il partito fosse disposto a tutto pur di far vincere le primarie a Hillary contro Bernie era una realtà. E neppure la commovente lealtà di Sanders dopo la sconfitta ha aiutato la Clinton a riconquistare tutti i voti persi per la strada.

Troppo fredda, distaccata e saccente per riuscire a vincere una campagna che aveva ormai abbandonato i fatti per basarsi solo sulle sensazioni. E infatti ha perso contro un bugiardo cronico, che si vanta di evadere le tasse e di molestare le donne. Ma che sa parlare, e irretire, il popolo.

Clinton non poteva prevalere. Troppo acciaccata dai propri scandali per poter attaccare l’avversario e risultare credibile. E troppo convinta che quella poltrona le spettasse di diritto per aver sopportato l’insopportabile durante il mandato del marito. Doveva fare il pieno del voto femminile, di quello ispanico e di quello afroamericano e ha fallito. Doveva rappresentare le minoranze e la classe media, lei che incassava 250mila dollari per un discorso a Wall Street.

E così, il destino beffardo ha voluto che fosse un uomo con gli stessi difetti del marito a toglierle il sogno della Casa Bianca. E a interrompere definitivamente questa dinamica dinastica che già Obama nel 2008 aveva fatto saltare.

Avesse parlato in campagna elettorale con l’onestà e l’umanità con cui ieri ha commentato la sconfitta adesso scriveremmo cose diverse. E il mondo sarebbe un po’ più sicuro.

(Giovedì 10 novembre 2016)

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