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“Comunità italiana, ecco perché Paina si sbaglia”

“Comunità italiana, ecco perché Paina si sbaglia”

Gli articoli del Corriere Canadese sulla mancata nomina di un senatore di origine italiana continuano a far discutere. Nelle ultime settimane si è sviluppato un acceso dibattito nella comunità, con prese di posizione, analisi e opinioni. Abbiamo intenzione di continuare ad alimentare questa discussione. Dopo gli interventi di Alberto Di Giovanni e di Corrado Paina, pubblichiamo il contributo di Rocco Galati, noto costituzionalista di Toronto.

“Comunità italiana, ecco perché Paina si sbaglia”

di Rocco Galati

TORONTO – Seguo con un certo divertito interesse il dibattito sul Corriere riguardo l’assenza di italocanadesi in Senato (o al governo, se è per questo), a causa dell’attuale “solare” amministrazione liberale. Ho anche letto con sconcerto il pezzo di Paina dello scorso 16 novembre.

Da costituzionalista che non è nuovo a discussioni su discriminazione, razzismo e abusi sulla Costituzione da parte dei governi – che siano liberali, conservatori o dell’Ndp – il Dna della politica canadese è stato e continua a essere sempre lo stesso: razzista e con l’effetto di escludere tutte le “sotto-tribù”, escluse le due nazioni (inglese e francese) “fondatrici” del Canada. Un concetto da Apartheid sconfitto da un unico nativo canadese, Elijah Harper, che fortunatamente fermò l’Accordo di Meech Lake che avrebbe reso costituzionale in Canada quella depravata, de facto, realtà politica e sociologica.

La sezione 15 (diritto all’uguaglianza) e la 27 della Carta dei Diritti rendono obblighi costituzionali non solo che siamo trattati allo stesso modo a prescindere da vari attributi, inclusa la nazionalità di origine o l’etnia, ma la sezione 27 richiede inoltre che la Carta sia “… interpretata in linea con la salvaguardia e l’arricchimento del retaggio multiculturale dei canadesi”.

Che significa, in realtà, sul campo, politicamente e per i governi? Niente, o almeno, non molto. Ogni governo trova scomodi i requisiti costituzionali. Questo non fa eccezione.

Sinceramente ho difficoltà a capire il commento del signor Paina. In pratica dice che siamo tutti “canadesi”, quindi dimentichiamoci di essere “italiani” (o cinesi, o afrocanadesi, o lusocanadesi, ecc.).

Be’, sarebbe tutto bellissimo, se tali distinzioni di “diversità”, quando ci sia bisogno di voti, non venissero date via come caramelle, e non fossero continuamente usate come suprema e insidiosa base di discriminazione e razzismo, rispetto al merito, nelle nomine pubbliche. In entrambi i casi però la realtà è questa.

Il fatto è che, quando i partiti al potere e la “società” canadese usano il termine “canadese”, intendono anglo/franco-canadese – e noi altri siamo sottospecie zoologiche.

Paina dice di dimenticarci tutto questo, dimenticarci della realtà storica, degli imperativi costituzionali e, soprattutto, dimenticare che i due gruppi dominanti non se ne dimentichino. Mia madre diceva sempre che “esistono due tipi di persone: il primo tipo crede che siamo tutti figli di Dio, uguali. Il secondo crede che ci sono due tipi di persone…”.

È il secondo tipo di persone che controlla e governa il Canada. Noi altri, soggetto di questa politica viziosa, fatichiamo ad avvicinarci a un trattamento paritario. Non ci si arriva mai facendo finta di non essere quello che si è, o di essere un membro invisibile del/i gruppo/i che prova/no a renderti invisibile.

Questa dinamica è stata riportata addirittura in un trattato internazionale sui crimini contro l’umanità: la dinamica per cui si rende invisibile, assente, un gruppo, culturale o linguistico che sia, è una forma di pulizia etnica. Che questa pulizia etnica prenda le forme di una dimensione politica di esclusione, fingendo di essere tutti lo stesso tipo di persone quando non lo siamo e, più di tutto, di non essere trattati come lo stesso tipo di persone dall’elite al governo e dai loro particolari marcatori etnici, non la rende meno offensiva.

Il Quebec lo sa molto bene. Togli il francese dal Quebec e se ne va tutta la distinta cultura quebecois. Allora diventerebbero impercettibilmente (inglesi) “canadesi”, o inglesi “nordamericani”.

Non è difficile da capire, allora perché noi facciamo finta di ricevere un trattamento diverso, attraverso l’assimilazione e l’esclusione?

La visione che il/i governo/i al potere vuole che accettiamo è l’idea assurda che “siamo tutti canadesi”. Se così fosse, io potrei andare in pensione come costituzionalista. Se così fosse, non avremmo bisogno delle sezioni 15 e 17 della Carta. Se così fosse, non staremmo avendo questa discussione. Se così fosse, non avremmo un primo ministro che racimola voti con la diversità e poi esclude italo-, cino-, luso-, afro-, ecc. canadesi dal governo o dal Senato.

Un pizzico di nomine simboliche non ha funzionato e mai funzionerà con me o con la Costituzione. Il fatto che queste nomine facciano il giro come nel gioco delle sedie non è degno di nota, è solamente a dimostrazione di questo offensivo modo di governare. Se l’uguaglianza ha una qualche stabilità, dovrà continuamente manifestarsi, su base permanente, non come un cammeo. Smetteremo di parlare di “diversità” quando sarà sempre presente.

Un’enorme percentuale della popolazione etnica del Canada non è rappresentata o è gravemente sottorappresentata al governo, al Senato e nelle Corti superiori (dove meno del 3 per cento dei giudici appartengono a minoranze di colore).

I numeri del Corriere sugli italocanadesi che vivono in Ontario e nel Quebec sono tutti sbagliati perché le statistiche si basano sui dati forniti da Stats Canada, i cui “modelli di analisi” riducono i numeri reali applicando criteri artificiali quali la padronanza della lingua italiana.

Ma non importa: non è la quantità ma la natura del problema a essere rilevante.

Se non fosse che la riduzione artificiale dei numeri sottolinea e aggrava la natura del problema. E questo non è limitato alla comunità italocanadese.

L’idea che questo governo e che Paina stanno propagandando è un tipo di delirante, invisibile e inesistente assimilazione nell’essere “canadesi” non attraverso definizioni inclusive e articolate, ma ineffabile segregazione ed esclusione.

Vale a dire: assimilazione senza inclusione, uguaglianza senza uguale partecipazione, riconoscimento senza visibilità e segregazione senza discriminazione.

Non potrei dirlo meglio che con una citazione di Martin Luther King Jr.: “Quando si segrega un popolo, necessariamente lo si discrimina”.

Solo in Canada, dite? No, non solo. Ma è comunque patetico.

(Mercoledì 23 novembre 2016)

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