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Ceta, pessimismo in Europa: è un accordo morto “de facto”

Ceta, pessimismo in Europa: è un accordo morto “de facto”

Ceta, pessimismo in Europa: è un accordo morto “de facto”

di Francesco Veronesi

TORONTO – L’accordo commerciale Ceta è morto “de facto”. Non sono affatto lusinghieri i commenti che arrivano dal Vecchio Continente a ventiquattrore dal superamento della deadline imposta alla Vallonia per dare il suo via libera al Comprehensive Economic and Trade Agreement tra il Canada e l’Unione europea. Al contrario, importanti esponenti comunitari hanno fatto capire che lo stallo provocato dal niet della piccola regione belga ha nella sostanza fatto naufragare l’accordo e che, a meno che non vi sia un vero e proprio terremoto politico, il Ceta è destinato a diventare carta straccia e con esso nove lunghi anni di trattative e round di negoziati.

A cantare il de profundis per il trattato di libero scambio tra il Canada e l’Ue è stato Bernd Lange, presidente della Commissione Commercio Estero del Parlamento Europeo. «Il Ceta – ha dichiarato senza mezze parole – è morto “de facto”. C’è ancora la possibilità che si provi di nuovo a firmarlo entro alcune settimane, ma non sono affatto convinto che questo tentativo porterà a qualche risultato apprezzabile».

Insomma, a Bruxelles e Strasburgo, nelle stanze del potere e nei corridoi, si respira un clima pessimista.

Il ragionamento dei principali attori istituzionali del Vecchio Continente è questo: in tutte queste settimane il pressing dei leader europei non ha portato a nulla, cosa potrebbe cambiare da qui a qualche settimana per piegare la fiera opposizione del parlamentino vallone?

Preoccupazioni in questo senso sono state espresse sempre ieri anche da un altro importante esponente dell’Unione europea, Martin Schulz. «Francamente – ha dichiarato il presidente del Parlamento Europeo – non credo che troveremo una soluzione questa settimana. Ci stiamo trovando in una fase molto delicata e molto difficile».

La fase di stallo provocato dal muro della Vallonia ha messo a nudo, ancora una volta, la fragilità operativa della macchina europea. Il singolo “no” di una regione di appena 3,6 milioni di persone ha fatto inceppare il funzionamento dell’Unione europea, con 36 milioni di canadesi e 500 milioni di europei che dovranno pagarne le conseguenze.

L’Ue adesso deve fare un profondo esame di coscienza per capire come procedere nell’immediato futuro. Questo 2016 è stato davvero un anno da dimenticare, prima con la clamorosa sconfitta della Brexit – inaspettata e imprevedibile – poi con il crollo di una accordo commerciale che sembrava essere in dirittura d’arrivo e che invece ora appare quasi come irraggiungibile.

Sullo sfondo poi rimane il referendum costituzionale italiano del prossimo 4 dicembre. Nel caso in cui il fronte del Sì dovesse perdere, ci troveremmo di fronte non solo a una pesante sconfitta politica del presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, ma anche a un nuovo pesante scossone all’intero assetto istituzionale europeo, con esiti imprevedibili.

Senza dimenticare, poi, che l’Unione europea si trova a dover affrontare un altro nodo, quello legato all’accordo di libero scambio con gli Usa, il Ttip.

Molti nel Vecchio Continente consideravano il via libera al Ceta come una sorta di apripista del ben più importante – in termini di bilancia commerciale e apertura di nuovi mercati – trattato di free trade con Washington. Il Canada, dal canto su per bocca della ministra del Commercio Estero Chrystia Freeland si è detto disposto ad aspettare un eventuale ripensamento della Vallonia: ma per quanto tempo?

(Mercoledì 26 ottobre 2016)

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