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Brexit, Londra a rischio paralisi

Brexit, Londra a rischio paralisi

Brexit, Londra a rischio paralisi

di Francesco Veronesi

TORONTO – Via di corsa dall’Europa, anzi no. La sentenza di ieri dell’Alta Corte britannica è l’ultimo capitolo della saga iniziata la scorsa estate con il referendum sulla Brexit vinto a sorpresa dal fronte antieuropeista inglese.

La vittoria del “Leave” era giunta come un fulmine a ciel sereno e aveva provocato un vero e proprio terremoto politico in Gran Bretagna e nell’Unione europea. Poi, passata la sbornia, nel Regno Unito ci si è risvegliati con un pesante mal di testa: il mondo della grande finanza nella City londinese ha iniziato a tremare, le grandi banche straniere hanno iniziato i preparativi per un possibile trasloco in altri centri finanziari europei, i governi locali – Scozia e Irlanda del Nord in primis – hanno minacciato l’indizione di un loro referendum per rimanere attaccati al treno europeo.

Allo stesso tempo è partito l’inevitabile tira e molla a livello comunitario. Germania, Francia e Italia hanno chiesto a più riprese tempi certi – e veloci – per l’uscita britannica dall’Ue, lasciando aperta la porta a una possibile permanenza di Londra almeno nel mercato unico.

Ora la sentenza dell’Alta Corte – che però potrebbe essere ribaltata tra un mese dalla Corte Suprema, che dovrà decidere sull’istanza d’appello presentata dalla premier Theresa May – non fa altro che alimentare un clima d’incertezza in un periodo che invece ha bisogno di tempi certi e decisioni sicure.

Se anche la sentenza di dicembre darà ragione all’imprenditrice Gina Miller – la cui denuncia ha scatenato la querelle legale sfociata nella decisione di ieri – allora potremmo davvero aspettarci di tutto.

La grande maggioranza dei parlamentari britannici, infatti, durante la scorsa campagna referendaria, si è schierata contro la Brexit. Ma nei singoli collegi elettorali, la maggioranza degli elettori ha votato per l’addio all’Unione Europea. Cosa faranno i componenti della Camera dei Comuni qualora dovessero votare sulla clausola prevista dal trattato di Lisbona per uscire dall’Ue? Rimarranno coerenti con la posizione presa appena qualche mese fa, o cambieranno idea? E di fronte a un possibile dietrofront parlamentare sulla Brexit, cosa ne sarebbe della volontà popolare – del popolo sovrano – che invece si è espressa per lasciare l’Europa?

Tutti interrogativi che per ora non trovano risposta, ma che delineano uno scenario incerto e destabilizzante che di certo non fa bene né alla Gran Bretagna né all’Ue che, dopo il referendum di giugno, sta faticosamente cercando di rimettere in piedi i già precari equilibri interni.

(Venerdì 4 novembre 2016)

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