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Renzi cede, il Colle congela le dimissioni

Renzi cede, il Colle congela le dimissioni

renzi ref noROMA – Dopo la batosta al referendum del 4 dicembre e il seguente annuncio di dimissioni, arriva il mezzo passo indietro di Matteo Renzi. Il premier, dopo il colloquio al Quirinale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha accettato il congelamento delle sue dimissioni. Ma la rinuncia è solo rimandata. “Mi dimetterò – ha fatto sapere – subito dopo il via libera alla manovra».

 

TORONTO – Sono moltissimi negli ultimi anni gli esiti referendari che hanno provocato veri e propri terremoti politici. L’ultimo, quello costituzionale del 4 dicembre in Italia, ha in sostanza decretato la fine ai mille giorni del governo Renzi. Sempre nel 2016, il referendum del 23 giugno in Gran Bretagna ha scritto una delle pagine più clamorose della storia europea degli ultimi decenni. La Brexit, peraltro non prevista dai sondaggi, ha scatenato un terremoto politico nazionale e internazionale, a partire dalle dimissioni di David Cameron. Pressato dal boom elettorale degli euroscettici di Nigel Farage, era stato infatti il premier conservatore a lanciare l’idea di una consultazione sulla permanenza nell’Ue: proposta letteralmente scoppiatagli in mano. Gli effetti della Brexit sono ancora in larga parte un’incognita e la spinosa fase di transizione è ora guidata dal successore di Cameron a Downing Street, la collega di partito Theresa May. Poco meno di due anni prima, la Gran Bretagna aveva vissuto col fiato sospeso un’altra storica chiamata alle urne: quella del 18 settembre 2014 sull’indipendenza della Scozia. Allora lo Scottish National Party subì una cocente sconfitta poiché il 55,3% degli scozzesi salvò l’Union Jack, costringendo il leader Alex Salmond a lasciare. Il nuovo first minister scozzese Nicola Sturgeon ha accarezzato più volte l’idea di un referendum bis e la Brexit ha ulteriormente complicato lo scenario, visto che il 62% degli scozzesi si è espresso per il “remain” nell’Ue. Unico caso recente di referendum promosso da un governo senza fare autogol è stato quello della Grecia: il 5 luglio 2015 il 61,31% della popolazione ha bocciato il piano di salvataggio della troika. La consultazione referendaria, la prima nel Paese ellenico dal 1974, era stata voluta dal premier Alexis Tsipras per sottrarsi ai diktat dell’Ue e del Fondo monetario. Il leader di Syriza, però, ha dovuto poi rinegoziare con i creditori un altro piano di aiuti con nuove riforme “lacrime e sangue”. Il 3 ottobre 2016 uscì un clamoroso No all’accordo di pace con le Farc in Colombia, La scelta di dare la parola agli elettori era stata del presidente, Juan Manuel Santos, che politicamente aveva puntato tutto sull’intesa chiamata a porre fine a un conflitto durato 52 anni e costato la vita ad oltre 200mila persone. Santos dovrà ora attenersi alla volontà popolare, tornando al tavolo coi ribelli e, al contempo, cercando un faticoso compromesso con le forze politiche. Mentre i colombiani andavano alle urne, gli ungheresi sancivano col loro voto – o meglio con il non voto – un altro risultato a sorpresa: il mancato quorum nel referendum voluto dal Viktor Orban contro il piano di Bruxelles per il ricollocamento dei migranti. Lo schiaffo all’Ue non c’è stato: con il 43,9% dell’affluenza, la consultazione non ha ottenuto forza legale, malgrado il 98% dei No nel merito. Il premier ha comunque fatto sapere che andrà avanti e modificherà la Costituzione, anche se nelle cancellerie europee hanno tirato un sospiro di sollievo.

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