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Addio a Pryor, diede a Furlano chance mondiale

Addio a Pryor, diede a Furlano chance mondiale

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di Nicola Sparano

TORONTO – Tra la fine degli Anni 70 e metà degli 80, sul ring era il Re dei superleggeri, un fenomeno con la dinamite nei pugni. Aaron Pryor, deceduto domenica per infarto, aveva 60 anni ed è stato campione del mondo in quasi tutte le caterie dei leggeri e anche dei welter.

Il titolo dei welter lo mise in palio anche a Toronto, contro Nick Furlano al quale diede la chance che ebbe Rocky contro Apollo Creed. Furlano, originario di San Nicola Da Crissa (Vibo Valencia), era un pugile bravino ma niente di eccezionale. La sua chance di battersi per il titolo mondiale venne per caso.

Pryor doveva incrociare i guantoni con Boom Boom Mancini ed in palio c’erano milioni. Ma Mancini di fece battere nel match precedente e Pryor si trovò senza il previsto malloppo e senza un avversario. Allora per racimolare qualcosa venne a Toronto. Il ring in quel 7 giugno del 1984, fu posizionato al centro del terreno di gioco del vecchi Varsity Arena, sul quale, di quei tempi, dava spettacolo Penna Bianca Roberto Bettega. I circa 17.mila presenti assistettero ad un match a senso unico. Troppa la differenza di classe e di mestiere di Pryor. Furlano provò a vincere gettando nella mischia cuore e aggressività. Comunque alla fine delle 15 riprese era ancora in piedi, cosa che con capitava spesso negli incontri dall’americano.

Per Furlano, che in quel match aveva raggiunto l’apice della sua carriera, poi imboccò il viale del tramonto. Qualche anno dopo scomparve del ring anche perché travolto dal vortice della droga. Ora ne è fuori. Furlano vive in un paesino fuori Toronto, dove insegna boxe ai ragazzi.

Anche Pryor era caduto nella trappola delle cocaina e per giustificarsi ripeteva, come molti altri pugili: «I pugni fanno male».

I suoi momenti migliore Pryor li visse contro un altro fuoriclasse di quei tempi, Alex Arguello, che battè due volte dopo combattimenti ancora oggi ritenuti epici. La sua epopea è legata soprattutto a due leggendarie sfide contro un altro fuoriclasse come Alexis Arguello. La prima fu nel 1982 all’Orange Bowl di Miami, in Florida. Pryor si impose con una serie micidiale di colpi al 14esimo round. Fu uno spettacolo di grandissimo spessore che rese inevitabile la rivincita dell’anno successivo, al Ceaser Palace di Las Vegas (allora patria della boxe miliardaria prima di franare di fronte al sontuoso MGM Grand). Aguello fece un grande match, ma quando al decimo round, messo al tappeto da Pryor, si rese conto di non potercela più fare, attese quasi con serenità mista a rassegnazione che l’arbitro ultimasse il conteggio.

La boxe ricorderà Pryor per questi due match, ma l’uomo di Cincinnati era anche molto altro. Da quando conquistò la corona dei superleggeri, sul ring di casa contro Antonio Cervantes, iniziò un quinquennio di dominio della categoria durante il quale solamente due sfidanti riuscirono a resistergli in piedi. L’avversario più maligno però Aaron Pryor lo trovò fuori dal ring. Il suo declino coincise infatti con l’ingresso nella spirale della droga: i suoi match si fecero più rari ed arrivò anche una sconfitta, l’unica della carriera (a fronte di 39 vittorie, 35 per ko) contro Bobby Joe Young, uno che aveva perso contro Nino La Rocca e che il miglior Pryor avrebbe spazzato via come un fuscello.

Con la droga arrivò anche la caduta dell’uomo: fu ad un passo dalla fine, ma seppe riemergere, poi si riprese ma il fisico era ormai debilitato ed il cuore malandato ha poi smesso di battere, prematuramente.

(Mercoledì 12 ottobre 2016)

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